Tacco e punta

Dissolvenza. Riapro gli occhi. 
Sono in auto, in tangenziale. 
Ho le mani sul volante. Una delle due, la destra, ad intervalli regolari si abbassa sul cambio.

Tacco e punta.

Sono in auto in tangenziale. C’è traffico. Tanto traffico. Come ogni mattina a quest’ora.
A passo d’uomo, se si è fortunati, altrimenti fermi del tutto.

Tacco e punta.

Mi giro intorno ed osservo. Mille e più auto si trascinano. Tanti visi. Tante storie. Noia.
Cartelli, asfalto, metallo, aria gelida e Guardrail.
Allungo lo sguardo e scorgo il mio buongiorno in un alba fioca e bruna, come un sole al tramonto.

Tacco e punta.

La mano destra sul cambio. Allungo l’indice ed accendo la radio…
“…dimenticarvi di chi vi vuole bene…sagittario: sarete chiamati a risolvere un problema complicato; siate pruden…” 
…cambio…. 
”…il brano appena ascoltato. Entra in classifica direttamente al sesto posto, dopo tre anni di assenza, con il suo ultimo singol…”
…cambio…
“…sul tetto dell’azienda, per chiedere la revisione del contratto. Dure le parole del sindacato nei confronti di quella che sembra esser…”
…cambio…
“…crema mani e viso per sentirsi più belle e prendersi cura di …”
“…ministro alla camera che esclude la possibilità di elezioni anticipate…”
“…con ecoincentivi a quattordicimilanovecentonovantanove euro chiavi in mano…”
“…problemi di caduta dei capelli???”
No! Mi cadono benissimo da soli…penso…sorrido…spengo…chissà se c’è stato un tempo in cui alla radio trasmettevano musica…

Tacco e punta.

Apro una striscia di finestrino ed un soffio di fresco inquinato mi investe il viso. Socchiudo un po gli occhi per godermelo.
Nell’auto vicina, due uomini. Hanno abiti da lavoro. L’uomo a sinistra fuma e guida. L’uomo a destra dorme.

Tacco e punta.

Nell’auto avanti scorgo una folta chioma di capelli ricci e biondi. Un cappotto marrone. Immagino quindi scarpe alte, eleganti. Forse stivali. Immagino calze, forse autoreggenti. Immagino tailleur, forse sexy. Forse no.

Tacco e punta.

Nell’auto alle mie spalle un uomo dai capelli grigi si prodiga in un lavoro certosino di scavo, eseguendo una perforazione a carotaggio continuo con l’indice in una delle sue narici. La destra. Intanto sembra avere lo sguardo perso nel vuoto.

Tacco e punta.

Ad ogni frenata, migliaia di fari rossi si accendono sui culi delle auto. Mi gratto il naso. Mi struscio un po gli occhi e sbadiglio. Immagino il caffè che desidero bere ed intanto in bocca sento ancora lontano quello sorseggiato al risveglio, sommerso dalla menta  del dentifricio.

Tacco e punta.

Riparto. Ora più velocemente. Riesco persino a inserire la seconda, ma sono costretto ad una brusca frenata quando un uomo, in abito elegante, con occhiali da sole eleganti, con la camicia elegante, la cravatta elegante, scarpe eleganti, in un auto elegante, mi ha elegantemente tagliato la strada. Non solo a me ma all’intero fiume di metallo che si trascina su questo viadotto, e si regala così imprecazioni un po meno eleganti. Sorrido pensando che corre per andare a lavorare.

Tacco e punta.

Si sta facendo giorno. Tutto adesso è più luminoso. Si riesce a scorgere la città. Oggi il cielo è terso, penso…chissà chi è arrivato secondo.

Fade



Giochi senza lacrime

Abbandonato sul letto come un pupazzo usurato, vedo mia moglie avvicinarsi. Si fa cingere dal mio braccio. Si appoggia sul mio petto. Piange.
Non lo biasimo. Quando hai quel periodo in cui pensi "finito questo, mi rilasso" e ti rendi conto che quel periodo dura da almeno tre anni, è giusto e doveroso lasciarsi andare per un po'.
La stringo, cercando di farle uscire più lacrime. Perché le lacrime assorbono il peso che hai nella testa e poi quando escono ti ripuliscono. Ti svuotano, ti fanno sentire più leggero. Come quando sudi via l'alcol nelle serate estive.
Lei si gira e mi chiede: "E tu, quando piangi? E' un sacco di tempo che non piangi. Ti fa bene, ogni tanto."
Rimango interdetto. Io non piango, di solito.
Beh, il fatto è che per piangere, qualcosa deve arrivare a pizzicarti il cuore. E il mio, in effetti, è un po' difficile da raggiungere.
E' come ritrovarsi a Giochi senza frontiere. Te lo ricordi, quel programma? In realtà si chiamava Jeux sans frontières, era un format francese. Ma i francesi lo hanno scopiazzato da Campanile sera, presentato da Mike Bongiorno. Anche se non lo ammetteranno mai.
Ecco, raggiungermi il cuore è un po' come partecipare a quel gioco.
Prima devi scalare sei o sette cinte di mura. Sono alte, scivolose e a volte cola dell'olio bollente lungo la pietra.
Se riesci a superare quelle, devi tuffarti nella palude di fango e scavare, scavare. Aprirti un varco nella melma delle decisioni sbagliate, dei ricordi amari, della rabbia incontrollabile, delle sbronze evitabili.
Se riesci ad uscirne vivo, devi saltare i ponti tagliati. Senza cadere nei precipizi tra gli estremi dei rapporti recisi, dei legami interrotti, a volte per amor proprio altre per paura.
Solo a quel punto, sarai arrivato a destinazione. E quando vedrai quella sacca pulsante piena di sangue contrarsi in maniera spasmodica, basterà una leggera schicchera con pollice e indice (oppure con il medio, alcuni la fanno così) per creare un terremoto. Di quelli che spaccano la terra, fanno tremare le montagne, mentre il cielo urla e gli stormi fuggono. Conoscerai il volto dietro la maschera, il trucco del mago sarà svelato e forse, dico forse, vorrai con tutto il cuore tornare indietro. Ridere davanti al primo muro e tornare a casa. Ma non sarà possibile.
Perché una volta che vedi il vero volto di un essere umano, non te lo scordi più. Ti rimane addosso come un livido. E ogni volta che lo vedi, realizzi che niente è come sembra. Che la verità sa essere terribile, se vuole. Può spezzarti le ginocchia, invalidarti a vita.
Quindi meglio evitare. Meglio che mi tenga il peso nella testa.
Finché ci riesco, meglio non piangere.
Meglio per tutti.

Mister Tenant


Brutta

Ah, sei una che viene dalla pioggia - dicono. Quando nasci a Portland ti piacciono la nebbia e i cavalli, è automatico. Non c'è molto altro a Portland se non nebbia e cavalli. Da piccola avevo un cavallo con la criniera bianca e la pancia grossa, la accarezzavo e dicevo How horrible you are, girly. Perché anch'io ero brutta, e lei era il cavallo perfetto per me. La domenica camminavamo nella nebbia per dimenticarci quanto fossimo brutte, così nessuno poteva vederci. Ma a Nyc non ti puoi nascondere anche se c'è tutta la nebbia che vuoi. Nebbia a palate, da tagliare e sniffare tutta in un colpo. Cosa prende? Un caffè e overdose di nebbia, grazie. Però non ci si può nascondere. Voglio dire che ognuno può essere brutto come vuole senza doversi nascondere tanto non gliene frega un cazzo a nessuno. Ti calpestano, i new yorkesi ti camminano addosso, come le ruspe, inarrestabili. Bravi, per questo mi piacciono. Per questo amo le grandi città, perché la gente non s-parla. Hai visto quello...? A New York devi prendere appuntamento anche per vedere il tuo riflesso allo specchio, that's it. Quanto ai cavalli invece ce ne sono pochi, la maggior parte li trovi nei locali vietati alle mamme di famiglia e ai figli sotto i tredici anni. Lì i cavalli ci sono, quelli belli grossi, gli unici che possono stare abbastanza vicino alle spogliarelliste con le stelline rosse al posto dei vestiti per vedere se sono poi così belle, depilate integralmente e senza cellulite, oppure se è tutto l'ennesimo bluff. Tanto sai che si dice dei cavalli? Che hanno il pisello grosso ma non sanno parlare. Per questo stanno tutti tranquilli. Sì, lo so, si dice What happens in Vegas stays in Vegas. Ma secondo me si può dire lo stesso della City. La sera prima fa la drag queen al Dolls sulla Murray e la mattina dopo sistema i documenti dell'agenzia di assicurazioni - nessuno ha visto niente, amici come prima. Quando nasci a Portland sei fatta di nebbia e umidità al 93%, ti piacciono i cavalli e puoi vivere solo nelle grandi città dove sei libero di essere ogni cosa. Anche brutta.

Chicana


Pozzo senza fondo

Siamo la generazione del pozzo.
Arriva il punto in cui arriviamo lì, sul ciglio. Le pietre fredde sotto i nostri piedi nudi. La brezza notturna a solleticarci la schiena. Le viscere si fermano, trattengono il fiato. Davanti a noi, al nostro muso leggermente sporto, il buio senza fine. Il nero che ti invita a farti inghiottire. Ha fame. Tu non vuoi buttarti, non sei mica stupido. Il solo pensiero di alzare un piede ti fa schizzare il cuore il gola, ti fa sentire il vuoto in grembo. Le ginocchia sono di gomma, ormai.
A quel punto, qualcos'altro ti spinge da dietro. La noia, l'infinito piattume di questa prospettiva di vita senza sobbalzi, senza emozioni, senza momenti che ti fanno muovere i muscoli della faccia. Ti senti già arrivato. E' come se la vita avesse accelerato troppo. Sei qui da pochi anni, ma te ne senti di più. Troppi di più. Senti di aver visto tutto. E di averlo visto più volte, in un ciclo infinito.
Aggrappati alle stesse persone, alle stesse idee, agli stessi concetti del cazzo. Hanno fatto la muffa, sono scaduti, sono marci e puzzano. Sanno di patate andate a male, quando ormai hanno germogliato da tempo e sono diventate poltiglia marrone che puzza di vomito.
Le stesse persone, le stesse relazioni. Sperando che stavolta sia quella buona, e invece niente. Gli stessi errori, sbagli ma non impari.
E' tutto merdosamente uguale.
E allora ti butti. Se non posso saltare oltre una certa altezza, allora preferisco andare giù. Perché sai già che quel pozzo è senza fondo. Che non c'è limite al peggio. E precipiti giù, mentre l'aria ti fischia nelle orecchie e te le buca, come una siringa gigantesca.
E continui ad andare giù, sempre più giù, ripensando alle stesse persone, alle stesse convinzioni. Scrivi sul tuo profilo social che da domani farai spazio al nuovo te, ma sono chiacchiere di fumo. Sei sempre lo stesso, fai sempre le stesse stronzate. E ad ogni giro di giostra, vai sempre più giù. Sempre più a fondo, ma il fondo non c'è. Il pozzo è infinito e tu cadi all'infinito. Il buio ti ingoia di digerisce ma non ti espelle. Ti tiene dentro, come uno stagno di avanzi nello stomaco.
E tu continui a passarti la lama sulla stessa ferita. Tempo di fare la crosta e tu la riapri. E continui così, senza sosta. Finché il fisico non reggerà più la merda che accumuli nel cervello.
E allora sentirai il fondo. Ma non ti basterà. Scaverai a mani nude, finché non le avrai consumate. Finché le braccia non saranno due moncherini sanguinanti. E così fino alla fine di tutto.
Quando ti renderai conto che una fine non può esserci.
Perché non c'è mai stato un inizio.

Mister Tenant


Voci

Rumori. Voci. Gli occhi si aprono all'improvviso. La sveglia sul comò segna le 2.00 am. Sembra impossibile, ma succede davvero. Non c’è rispetto. Bisogna prenderne atto, maledetti! Eppure la notte è nera, la notte dovrebbe essere buia anche per loro. Tutti dormono. Ma questi no. Un chiacchiericcio insopportabile. Senza contegno. Nessuno. Il sonno è evaporato, non rimane che alzarsi. Il bagno, la luce, una lunga pisciata. Poi la cucina. Una mano tra i capelli scarmigliati, una scrollata ai muscoli addormentati. Il timer del frigorifero frigge, l’orologio muove l’aria silenzioso. Non c’è quiete, continuano senza sosta. Come se ignorassero l’ora.

Il tavolo, un bicchiere d’acqua, giù tutto d’un fiato. Carino il portafrutta sulla mensola. Robetta, ma ci sta bene, ieri non c’era. Il calendario. Alcune date in rosso con le scadenze da pagare. Un altro anno è passato. Deglutire.

Il vociare. E’ diventato insostenibile. E’ come averli in casa. Dietro la porta d’ingresso.

Il divano, il telecomando, la televisione. Repliche, solo repliche e qualche film in bianco e nero. Chissà come si viveva una volta. 

Cosa bisogna fare? Chiedergli di smettere? Litigare? Domani il lavoro. Senza aver dormito, senza aver chiuso occhio. Il petto, un massaggio, fa male. Perchè gli altri dormono? Non sentono? Come fanno a non accorgersi di nulla? Perchè non si svegliano? Sarebbe da spaccare tutto, rovesciare mobili e sedie, strappare i fili, aprire la finestra e gridare forte. Forte, forte.

Il letto. Di nuovo. Le coperte su fino al mento, il cuscino sulla testa. Per non sentire. Per non sentire più. Per non sentire i cattivi pensieri.

Orofino


Ieri è un altro giorno

Mi dicono che sono vecchio. Perché ho trent’anni e sono già nostalgico. E allora? Lo diceva anche Einstein che il tempo è relativo, no? E allora io faccio il nostalgico a trent’anni.
Perché anche se ho trent’anni, me ne sento cinquanta addosso. Mi dicono: “stai dritto con quella schiena”. Eh, prova tu a starci dritto, con il peso di vent’anni extra sulle spalle.
Ogni tanto mi guardo dietro. Mi ci scappa l’occhio, non posso farci nulla. E’ come un tic. Faccio uno scatto con la testa e mi capita di osservare quei momenti in cui sembrava tutto facile. In cui mi dicevo “ci penserò quando sarà il momento”.
Il momento poi è arrivato senza preavviso. Ha buttato giù la porta, l’ha scardinata con un calcione a spinta. Poi ha suonato il campanello. Il momento mi ha trovato nudo sul divano, mentre ancora mi masturbavo con i film erotici dei canali regionali.
Mi ha fregato quel momento in cui domani è diventato oggi e oggi è diventato ieri. Da quel momento in poi, io ho continuato a guardare ieri, di tanto in tanto.
Ieri potevo passarla liscia. Potevo mascherare i debiti con la vita, rimandarli. Ieri potevo nascondermi, eludere i controlli. Oggi non me ne passano una. Ogni errore viene ripagato. Con gli interessi.
Ieri potevo chiudere gli occhi e prendere tre o quattro respiri. Potevo scostare le incombenze con un gesto della mano, facendole scivolare al giorno dopo. Oggi deve essere tutto e subito. Se oggi ne salti una, domani saranno due. E non è una cosa che si ferma. Anzi, ti sembra che peggiori ogni giorno.
Ieri era tutto più colorato. Sì, a volte lo era così tanto da farti male agli occhi, da farti venire la nausea. Ma ieri era facile riprendersi dalla nausea. Oggi è tutto più spento, più grigio. Ed è molto più difficile riprendersi dalla nausea. Gli hangover si allungano ogni anno di più.
Ieri, per uscire di casa ti facevi sedurre dal buio e tornavi solo dopo il rimprovero delle luci dell’alba. Oggi, la luce ti dà fastidio come fossi un vampiro, e quando cala il buio la giornata ti si aggrappa sulla cervicale e ti trascina a letto.
E quando ieri torna prepotente, quando la tua mente si ribella e torna indietro nel tempo, ne senti tutte le conseguenze. E ti ripeti che questa è l’ultima volta. Ma non lo è mai.
“Ciccio, non hai più l’età per certe cose”.
Fatti i cazzi tuoi. Tu hai abbandonato ieri per vivere lo squallido oggi. Anonimo, bianco, freddo come il metallo. Lo sai che c’è? Io ieri me lo porto appresso. Mi porto appresso la sua energia, i suoi colori, la sua spinta verso il vuoto. Oggi volo libero grazie al ricordo di ieri. A quel bagaglio che mi porto nella testa e che fa di me ciò che sono.
E allora, quello che facevo ieri, lo faccio anche oggi. Eludo i controlli, scosto le incombenze, mi innamoro del buio, macchio il vostro grigiore con sbratti di colore. Volo.
Ieri era bello. Quindi io continuo così.
Anche se rischio di fare una brutta fine.

Mister F


Greenwich Village

"Sai cosa non mi hai mai chiesto? Se ho paura. Non me lo chiede mai nessuno. Giri a NYC da sola, hai paura? Sì. Ho paura. Non li leggi i giornali? Non guardi la tv? Il cartone del latte dice che le persone scompaiono come mosche. Era una così brava ragazza, è andata a Montauk e non è tornata più. Vattela a pesca dove sono finita, se mi prendono. Magari mi buttano da qualche parte in New Mexico o in Missouri, che equivale a dire che non ti troveranno mai. Col fuso orario poi mentre qualcuno si accorge che sono scomparsa, figurati. Hanno tutto il tempo di portarmi in Florida e buttarmi sotto qualche capanno distrutto dell'uragano. E ciao ciao. Da New York a Los Angeles ci sono più di quattromila miglia, cioè un giorno di auto - che significa: scomparsa per sempre. Nemmeno ti cercano. Ho paura, sì. Non me l'hai mai chiesto perché forse hai paura di scoprire che anch'io ho paura. Ho paura perché l'ultima volta che mi sono fidata me la ricordo ancora, mi è costata 19 anni di analista. Soprattutto qui dove a volte il loro inglese non lo capisco, mica siamo in California. A questi non va mica di ridere e perdere tempo, che vuoi tu con sta faccia da libanese? Come faccio ad andare dal Queens al Village? Sono dodici miglia, senza traffico ci vuole mezz'ora - ahahah, senza traffuco. [Turisti]. Con la metro scendi a Delency e due passi fino alla Rivington, da Freemans alle 8pm puntuale. Non c'era bisogno di precisare. Sei italiana, non si sa mai."

Chicana 


Scannatura

All’inizio era la fase della scannatura. Gli uomini arrivavano presto la mattina. Lui li sentiva con il passo pesante e con l’alito che sapeva di alcool e morfina. La sera prima gli davano da mangiare ghiande e erba, come estremo gesto di beffarda carità. Entravano all’alba, con un sole pigro in lontananza. Lui si nascondeva nell’angolo più lontano, al buio, dove aveva passato mesi a defecare e a ruminare merda mista a paglia. Si appiattiva alla parete, indurendosi come un tronco di legno. I nervi contratti, gli arti rigidi, un filamento di bava pendente dalla bocca. Grugniva nell’universalità del lamento. Non c’era cuore che poteva ascoltarlo. Perchè quello non era il suo tempo. Lo afferravano smanando sul suo corpaccione. Qualcuno arrivava sempre alle spalle. Sollevandolo da quella terra in cui si era rotolato per mesi, tra schizzi di fango e poltiglie di melma. Un altro lo teneva stretto per il collo, mentre a quel cielo sordo e cattivo levava i suo rantoli. Il respiro diventava affannoso. Poi selvaggio, rabbioso. Sembrava un demone quello a cui tagliavano la gola, con un grosso coltellaccio, di quelli da cucina, di quelli che perforano la carne senza chiederle permesso. Si dimenava in maniera scomposta, innaturale. Non c’era più coordinazione, ma solo parodia di un’esistenza.
La lama segava la trachea e fontane di sangue irroravano la terra. Tutti gridavano. Vittima e carnefici, insieme, come insoliti compagni di merende. La nebbia sugli occhi, l’afflosciarsi dei muscoli. Intorno non più voci, solo versi. 
Sentiva freddo. E uno strano formicolio nel fondo del ventre. Era ora di cadere, di lasciarsi insomma vincere, corpo senza anima, vita senza storia. Ancora un attimo. Prima del cielo, prima del mare e del mondo, prima della creazione e di ogni altra cosa ripensò a quell’ultima volta, tanto tempo fa, quando sua madre gli rimboccò le coperte dicendogli “Amore, dormi sereno. Non ti capiterà mai nulla di male”.

Orofino



Autocertificazione

Sono un coglione. So che molti di voi avrebbero voluto l'esclusiva, avrebbero voluto assaporare il momento giusto per annunciarlo alla folla. Invece vi prendo in contropiede, vi rovino l'attimo, come quelle pornostar che ti segano fino al secondo prima dell'orgasmo e poi mollano improvvisamente la presa. Ruined orgasm, una categoria molto in voga su YouPorn. Sì, perchè io vado su YouPorn. Quando la tua donna non ha fantasia, il buon vecchio Internet ti tiene compagnia. Passo le notti a vedere mamme porche che cavalcano l'amico del figlio o malvagi cazzi alieni che seminano sperma e terrore sulla Terra.
Sono malato. Cerco universi paralleli peggiori di quello in cui vivo. Non è neanche una cosa facile. Trovare un posto peggiore di questo letamaio, dove salto allegro da uno schifo all'altro. Eppure li trovo, questi pozzi di sterco. E ci faccio il bagno, tutto contento. Rido delle disgrazie mie, perché quella altrui sono noiose. Ommioddio, ti si è rotto lo smartphone. La tua vita è finita. La tua vita schifosa è finita quando te lo sei comprato, quel dildo luminoso con il quale ti sollazzi il buco del culo. Io preferisco ingropparmi le serrature delle porte.
Sono asociale. Se al tavolo ci sono più di quattro persone, comincio a stranirmi. Le voci si accavallano, non ci capisco un cazzo. Con chi stavo parlando? Di cosa stavamo parlando? Tu che fai nella vita? Mah, lavoro, ho una famiglia, dormo otto ore e rispetto il prossimo. D'estate non esco nelle ore più calde e bevo tanta acqua. Oh, che meraviglia. Beato te. Io non ci riesco.
Io ad Agosto esco alle due di pomeriggio e urlo come un pazzo. Sudo l'alcol della sera prima e vomito al parco, vicino al campo di pallone. Corro sudato, così mi sento male. A Dicembre, esco nudo sul balcone e me lo sbatto sulla ringhiera, urlando che Dio è morto.
Sono aggressivo. Mentre il capo mi spiega come andrebbe svolto quel lavoro che faccio da dieci anni e che lui non ha mai visto nemmeno in cartolina, sogno di legarlo ad una sedia e infilargli la lampada al neon giù per l'esofago. Poi comincio a tagliuzzarlo con il temperino che è nel secondo cassetto. Gli incollo le palpebre e lo lascio con gli occhi spalancati davanti al monitor, dove una webcam in diretta da casa sua gli farà assistere ai servizietti che la moglie sta facendo all'operaio di colore. Quello che gli sta imbiancando la casa. E la moglie. 
Sono uno scarto, un errore. Il sale nel caffè. La lattina che rimane incastrata nel distributore. Il sassolino nella scarpa. La zanzara nell'orecchio. La multa il lunedì mattina. Il treno in ritardo. Sono la persona sbagliata, nel luogo sbagliato al momento sbagliato.
Nella cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi del fallimento, io porto lo stendardo di una nazione fantasma. Dietro di me non c’è nessuno, perché hanno tutti sbagliato corsa e nessuno si è presentato.
Avrei dovuto seguire i vostri consigli. Rispettare la linea gialla. Mettermi a pecora, come un parcheggio di biciclette.
Avrei dovuto capire come funziona la vita.
E invece non ho capito un cazzo.

Mister F


Fermo

Buongiorno terrestri,
l'estate volge al termine e la routine sta per imprigionare nuovamente le nostre esistenze. Poco male, così va il mondo: il Sole sorge e tramonta, la Luna fa più o meno lo stesso. Piove, ma non può piovere per sempre, come ci ricordava un vecchio film tratto da un vecchio fumetto.
Si ricomincia anche a Radio Sabotag. Le nostre frequenze torneranno ad inquinare l'etere e la rete, con le fiammeggianti parole di sabotaggio e il crudo sapore del sangue e della benzina. Ma non ci sarà solo questo: abbiamo deciso di aprire anche ai poeti, a coloro che preferiscono esprimersi con una forma di scrittura ancora più breve del post. E speriamo che i nostri ascoltatori poeti vogliano fare come Fade, il primo ascoltatore che ci ha mandato una sua poesia e che pubblichiamo di seguito. A tutti voi terrestri diciamo che Radio Sabotag ha bisogno di odori e sapori dentro le parole e dentro le note di ogni canzone pubblicata. Sensazioni eteree ed emozioni forte. Se volete fare come Fade e mandarci una poesia o un post, sentitevi liberi di farlo. Se poi volete addirittura cominciare a collaborare, entrando a far parte del Collettivo Autonomo Onanisti Sabotatori, le porte sono spalancate. Basta rispettare quelle duebarratre regolette che ci siamo dati.

Si ricomincia, insomma. A perdere tempo nel traffico per andare al lavoro. A farsi bagnare dalla pioggia o a sentirla scivolare sui vetri delle nostre auto. Si ricomincia ad inseguire, a correre, a far incastrare impegni e appuntamenti, a fare la spesa e a consumare. Si ricomincia a trottare. E allora quando possiamo dedicare un po' di tempo a noi stessi? Quando siamo fermi. E "Fermo" è il titolo della poesia di Fade, con cui vi salutiamo.

Fermo in auto in tangenziale
con qualche inutile certezza
la pioggia oscura la visuale
battendo forte sulla tristezza
urlo dentro e ci sto male
è Dio che sputa sul parabrezza

The Clock

L'orologio non va a tempo con la strada. Continua a girare monotono. Mai un guizzo, una curiosità da esaudire, un viaggio da immaginare. Mai una canna da fumare. L'orologio non si sballa mai. Quando succede, smette di funzionare. Si rompe. Non serve più a niente. Va buttato.
Le persone sono come orologi. Non per me, forse nemmeno per te, ma per quello che sta in cabina di regia. Quello che lo stralunato Jack Black di School of Rock chiamava "Il Potente". Per il Potente noi siamo orologi. Ingranaggi. Spartiti senza diesis e bemolle. Funzioniamo solo se monotoni. Se facciamo sempre la stessa cosa. Se pensiamo sempre la stessa cosa. Se compriamo, consumiamo e caghiamo sempre la stessa cosa. Appena allentiamo un po' la presa e decidiamo di far durare un minuto più di sessanta secondi, appena alziamo la testa (ehm, le lancette), smettiamo di essere funzionanti. E funzionali. Ci rompiamo. Non serviamo più a niente. Siamo da buttare.

Non so tu, ma io mi sono rotto i coglioni di essere un orologio funzionante. Le lancette sono mie e le gestisco io. Femminismo applicato agli orologi? No, cazzo, molto di più. Libertà? Ma de che. Alcuni pensano che la libertà sia smettere di essere orologi. Vogliono diventare cigni, o vento, o altre cazzate del genere. Gli chiedi Fammi un esempio di libertà!, e quelli ti rispondono Il volo di un'aquila.
Puttanate. La libertà non è un'aquila che vola e va dove cazzo vuole andare. La libertà, l'unica vera libertà possibile, è quella di smettere di funzionare. Continuare ad essere orologi, ma contare i minuti, i secondi, come cazzo ci pare.
La libertà che un essere umano deve conquistare e difendere è quella di decidere che l'istante di un bacio possa durare una vita intera.
E fanculo se al Potente non sta bene.


Jack Writhe


Italiana?

"Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.
[...]"
Mio nonno è morto, dio lo benedica. Era un turco figlio di puttana, uno di quelli che ha mollato tutto. Ci sapeva fare, era un genio dei numeri, faceva l'ingegnere quando ancora gli uomini facevano i colonnelli o i contadini, e di macchine non ce ne erano. Lui aveva studiato, vai a sapere come. Era un cazzo di laureato quando la gente ancora moriva di febbre. Insomma, non so come è venuto in Italia e ha rubato il lavoro, una donna - e che donna, mia nonna aveva degli occhi azzurri che sembrava una dea nordica. Li vedi insieme? Che cazzo di coppia, diceva la gente. Un turco con la faccia da turco e una italiana con la faccia da norvegese. Io mio nonno non l'ho conosciuto. È morto come muoiono i cani, senza sapere perché, da solo. Ho visto solo qualche foto ma stai sicuro che ho la stessa faccia. I numeri invece no, non li capisco. Ah non lo sapevi? Non dico mai che mio nonno era turco, chi lo conosce. Non so neanche come si chiamava. Però porto la sua faccia nel mondo. 
"Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate, e nessuna è senza compagna.
Come un nastro di porpora le tue labbra
[...]" 
Un giorno mia nonna si è svegliata e mio nonno no. Succede. Non le ho mai chiesto se lo amasse, sono una che parla poco. Non mi ha mai parlato di lui anche perché ero troppo piccola e lei già così vecchia, con quegli occhi azzurri che vatteli a pesca. Chi lo sa quelli con gli occhi così chiari dove nascondono i segreti. Non lo so, hai visto che occhi da turca i miei? Sono tutti un segreto, non c'è uno spazio libero per dire la verità. Fammi una domanda, una qualsiasi - dai. Anche mio nonno aveva gli occhi da bugiardo, davvero. Una faccia che non ci avresti scommesso un soldo. E invece, cinque figli. Una moglie con i capelli biondi e la faccia nordica che voleva studiare, sì anche lei era istruita. Non se ne vedevano tanti come loro, a quell'epoca. Che coppia, diceva la gente. Un turco e un'italiana con gli occhi azzurri. Il gene di mio nonno è arrivato fino a me e io l'ho sprecato con un figlio biondo. Che vuoi che ti dica, non ci si può contare sulle mezzosangue. Non siamo fedeli a nessuna bandiera, e a nessuna persona. Diciamo Sì sì, con gli occhi bugiardi. 
"L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti
è come il profumo del Libano [...]". 
Che poi in Turchia non ci sono nemmeno mai stata. La gente del paese dove vivevo diceva Come sei esotica. Che capelli esotici, che piedi esotici. Sprichst du deutsch? Ho imparato tante lingue e in nessuna città sono stata a casa, è uno schifo. Sono un cane che si morde la coda all'infinito. Anche mio nonno, dalla Turchia e i piedi stanchi e sporchi, a cercare chissà che. Quando si è fermato è morto. Succede sempre così. Per questo, lasciami girare in cerchio. 
"Tu sei bella, amica mia, come Tirza, leggiadra come Gerusalemme, terribile come schiere a vessilli spiegati. Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba. Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d'artista. Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato. Il tuo ventre è un mucchio di grano, circondato da gigli. I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella. Il tuo collo come una torre d'avorio; il tuo naso come la torre del Libano che fa la guardia verso Damasco. [...]". 
Gli occhi neri sono pericolosi, sembrano qualcosa ma possono essere altro. Tipo me, che sono italiana ma in fondo no. Sono una mezzosangue, bugiarda, è un fatto genetico. Mica altro. Mi piace l'aria umida di New Orleans e i tamales di Tijuana, ho mangiato nei piatti di Tunisi e bevuto l'acqua al cloro di San Francisco ma non sono mai arrivata a casa - è genetico. Mia madre dice così. È colpa di mio nonno, perché era turco. Sai, una di quelle cose che ricadono di padre in figlio per sette generazioni. Mi pare reciti così. Volevo avere gli occhi azzurri, per non aver posto dove nasconderci le cose solo che non sono stata capace.

Chicana


Las Zetas

White Demon lo sta massacrando, gli ha già staccato un pezzo di lingua e perde sangue a fiumi, sto perdendo da almeno dieci minuti, e sono già incazzato quando mi chiama e dice Mi è venuto il ciclo. E subito passo in rassegna tutti quegli stronzi finocchi a cui fa schifo fare sesso quando una donna ha il ciclo, ché quelli neanche se lo sognano come viene quando è in quei giorni. Non me ne frega un cazzo, le dico e quando mi saluta sento che è più sollevata, quasi contenta. Io invece mi mangio le unghie fino all'osso, la testa di Tex Mex è coperta di bava e ferite profonde, gli vedo il cranio e un occhio gli penzola fuori dalle orbite. Sta collassando. Un bastardo messicano me l'ha venduto per seicento dollari appena oltre la frontiera, con documenti falsi e tutto per rientrare senza rotture di cazzo. Gli ha fatto mangiare anche un paio di ovuli di cocaina che, se muore ora, mi toccherà sventrarlo per riprendermeli. La gente scommette contro Tex Mex, ridono, mi danno di gomito. Se perdo, non riuscirà a venirmi duro per almeno due settimane e addio fantasie da mestruo. Lo incalzo, sono due giorni che non mangia, Dai uccidilo fallo a pezzi! Ma lui niente, barcolla con la testa aperta e sangue. Quanto sangue in un figlio di puttana messicano. Mi guarda dal recinto, sembra quasi che voglia chiedermi di aiutarlo, di fermare la follia. Mi guarda con due occhi che sembra una persona, da non crederci. Sta scoppiando, agonizza. Viene verso di me e scodinzola. Migliore amico dell'uomo un cazzo!, penso. Mi sta facendo perdere così tanti soldi che non potrò neanche avvicinarmi a casa di Azar. Lei è così stronza che se non faccio quello che le piace corre subito a tradirmi con il primo che la fa sentire bella. Ciclo o non ciclo, è stronza fino a questo punto e poi è capace anche di darmi la colpa. Quando l'ho conosciuta ero così fuori di eroina che non solo non mi stava su ma le ho vomitato sul collo mentre le stavo ancora dentro, moscio come una salsiccia. E lei ha detto che facevo schifo e che avrebbe dovuto scopare con almeno tre uomini quella notte per risollevare la sua autostima. In quel momento ho capito che era la donna perfetta per me. Azar, che nome da film porno. Invece è la figlia dell'ambasciatore di qualche paese a cui noi tiriamo le bombe. Ma quello che mi piace di più è che a lei della guerra, degli accordi diplomatici e della sicurezza non interessa. Quando ha voglia di uscire, si infila le scarpe e se ne va di nascosto, senza scorta. Se esce con uno di quei gorilla armati, che suo padre le mette dietro, è solo per fargli un bel pompino così quelli se ne stanno zitti quando la vedono scappare, per non rovinarsi la piazza, e con quella bocca, quando l'ho vista la prima volta l'ho saputo subito che era brava con i pompini. Sarà un luogo comune ma le negre hanno tutte quella bocca che non vedi l'ora di portarle dietro un angolo e fartelo ciucciare. Anche le arabe. Azar è araba o giù di lì, non sono molto preparato in fatto di geofrafia. So che quando è con suo padre porta in testa uno di quei fazzoletti che la coprono fino al collo. Appena viene da me, per prima cosa lascia libera quella cascata di capelli e poi mi racconta delle cose. Una volta mi ha detto che una sua amica è stata infibulata e che non può scopare e anche che una bambina del suo quartiere è stata rapita a sei anni da un soldato che l'ha violentata, messa incinta quattro volte e poi l'ha rimandata a casa, con quattro figli e l'utero sfondato. Ma a me di quello che dice Azar non importa, a me piace perché le va di viversi la vita tutta in un sorso e non ha paura di niente, nemmeno di morire. Mi piace perché piace a Tex Mex, che ora sta morendo sotto i miei occhi insieme alla speranza di tirare su qualche soldo. Senza neanche accorgermene, mentre penso al ciclo di Azar, al modo in cui lei ne parla come una cosa indicibile e di cui vergognarsi, e che a me fa impazzire ancora di più, prendo in braccio Tex Mex e lo tiro fuori dal recinto.

Un tipo con la cravatta larga sul collo e le scarpe di coccodrillo mi grida con la mano alzata Che cazzo fai, stronzo! Ma ormai è tardi perché Tex Mex ha abbandonato il campo e la gara è nulla se nessuno dei due cani è morto. Quello mi si avvicina a passo svelto e mi insulta, ha gli occhi rossi e le mani gonfie, la bava alla bocca e quando parla sputa ad ogni parola. Dice Brutto frocio testa di cazzo, a me. Poi si gira verso White Demon e se la prende anche con lui A che cazzo mi servi se non uccidi al primo morso? Tira fuori una pistola dai pantaloni e gli spara in mezzo agli occhi, un colpo solo. Morto. Secco. Gli sputa addosso e se ne va con la porsche Panarea grigia come il pelo di Tex Mex, lucida lucida. Sulle mani un liquido caldo mi scorre fino ai gomiti, le persone mi spintonano e mi calpestano i piedi, mi ringhiano, mi guardano con tutto l'odio del mondo, vorrebbero uccidermi e forse mi daranno una coltellata prima che arrivi alla macchina e riesca ad andare da Azar, con il suo ciclo innominabile. I miei palloncini di coca sono ancora nella pancia ferita e dolorante del cane che mi pesa sulle braccia, sarà almeno cinquanta chili. Poco lontano dal recinto dove stavano combattendo lo butto a terra e fa un suono sordo, come un sacco pieno. Mi piego sulle ginocchia e gli infilo le dita in gola per farlo vomitare, non ho nessuna voglia di aprirgli la pancia con un coltello solo per dare una botta. Non stasera. Anche se ho bisogno di soldi e di piazzarla. Azar ha una passione per gli ovuli di coca, e non solo. Con quel suo bel naso da libanese o curda o quel cazzo che è, le piace annusare tutto. Uno di questi giorni mi aspetto di trovarmela con la faccia sul culo come fanno i cani. Forse per questo a Tex Mex è così simpatica, non sa che se non si decide a tirare fuori quei due palloncini sarà lei stessa ad aprirlo in due. Ha una buona mano con i coltelli, a volte mi chiedo perché ma preferisco non saperlo. In fondo, cosa me ne farei di questa informazione? Non voglio essere l'ennesimo bianco xenofobo che ha paura degli arabi, è troppo mainstream. Sto ancora girando due dita nella gola masticata di Tex Mex quando finalmente mi vomita gli ovuli in mano e il cuore gli si ferma. Bravo stronzo di un cane, mi mancherai. Mi infilo i palloncini appiccicosi nelle mutande e lo lascio lì per terra mentre tutti, andando via, ci passano sopra con i piedi. Non è  gente che firma le petizioni per liberare i leoni dallo zoo. E nemmeno si preoccupano che servano quindicimila litri di acqua per produrre un solo chilo di carne. Loro nemmeno ci pensano a come viene prodotto il latte e che per il cuscino di piume spennano le oche ancora vive. È gente che la mattina si alza e va a lavorare, senza sapere niente, per lo stipendio a fine mese e vaffanculo al resto. Poi, siccome le mogli non gliela danno più, vengono qui e buttano i cani nel recinto per farli uccidere. Chi muore per primo, perde. Penso sia l'unica regola. 
La statale è buia e piena di troie dell'est, quelle con i capelli biondi e i fianchi stretti, non ho i soldi neanche per chiedere quanto vogliono. Tiro dritto per casa di Azar anche se ha i capelli neri e i fianchi larghi, nelle mutande ho due palle in lattice che le faranno passare ogni superstione di purezza.

Chicana


Emozioni

La bocca dell’intestino andrebbe accarezzata con la punta dell’indice. Me lo ripeteva spesso mamma, dicendomi che proprio lì, ad un palmo dallo sterno, si annidavano quelle che tutti, ciascuno nella propria lingua, chiamavano emozioni. Come serpenti a sonagli, raggomitolate in un canestro di saggina, se ne stavano sonnacchiose e indolenti, pronte a pungere all’improvviso. Cambiando muta, diventando tutte ad un tratto scattanti, vibranti, turgide e ficcanti.

Ne avevo paura, perchè non sapevo addomesticarle. Non ne sono mai stato capace. Ero io, ma non ero io. Ero loro. Ero quello che loro volevano che fossi. Un teatro vuoto, un tubo catodico rotto. I fili arpionati alle mie spalle e quel ghigno proprio dietro di me. Quel ghigno dal sapore gospel che avrei imparato a riconoscere anche da adulto, in uno dei tanti luoghi in cui sono stato qualcuno e quasi sempre nessuno.

Mentre le pagine della Vita si sfogliavano bislacche, non ho mai smesso di sentirle, sebbene le abbia vomitate tante volte, senza però espellerle veramente. Rimanevano aggrappate ai miei polmoni, nonostante gli sforzi e le suppliche perchè mi lasciassero in pace, in questo tempio svestito che ero diventato. Preghiere latrate alla luna che però sul campo hanno lasciato solo macerie, morti e freddo.

Qualcuno mi ha suggerito di dare loro un nome, di chiamarle con un vezzeggiativo, senza però riuscirci mai, perchè il vento non lo fermi con le mani e i calli sulle nocche possono forse farti sentire più forte, ma non per questo abile. E’ stato un dolore forte doverle accettare, poi subirle, quindi di nuovo accettarle. Mi sono entrate nel sangue, intrufolate nello sperma e riconfigurate nelle generazioni successive. Io le ho solo guardate, lasciandole scorrere e continuando, impudicamente, ad accarezzare la bocca dell’intestino con il mio indice sporco di codardia.

Orofino


Sorsi

Non attese nemmeno che la testina si poggiasse sul vinile dei King Weed. Iniziò a muovere il culo prima che la musica cominciasse a spiaccicarsi sulle pareti della stanza e dei nostri timpani. Senza togliere gli occhi dai suoi fianchi, cominciai a cercare la birra che avevo poggiato un istante prima sul tavolino alla mia destra. La trovai. Avvicinai la lattina alle mie labbra secche e tracannai un lungo sorso. La birra era ancora fredda, nonostante la temperatura nella stanza stesse salendo vertiginosamente. 
Lei ballava. Ballava come una pellerossa davanti al falò. Come una sciamana strafatta di peyote. Era a piedi nudi e le frange del jeans sdrucito le si infilavano sotto il tallone. Con la mano sinistra cercai il pacchetto di sigarette. Non ricordavo nemmeno di aver smesso di fumare da mesi, ormai. Ero troppo preso dai suoi fianchi. Deliziosi. Sinuosi. Se avessi avuto una tavola, li avrei surfati. Birra.

Le spalle. Mi diede le spalle. Che spettacolo. Mi diede le spalle e cominciò a togliersi la maglietta da hippy del nuovo millennio che indossava. Si muoveva come se non avesse fatto altro per tutta la vita. Fino a quel momento. Fino a quel tardo pomeriggio di una domenica di riposo. Liberò la schiena dalla prigionia della t-shirt. Rimase solo il reggiseno a segnarle la pelle. A scolpire un solco, un binario delizioso, una lunga lingua di carne su cui passare giorni a fare l'autostop.
Si voltò verso di me, ma non mi vide. Non poteva vedermi.Aveva gli occhi chiusi e la testa rivolta all'indietro. Un sorriso drogato le dipingeva il volto. I capelli cedevano alla gravità scoprendole i lobi delle orecchie. Lobi da succhiare. Un altro sorso di birra.

Aprì gli occhi e si avvicinò a me. Aveva uno sguardo assassino. Arrapante. Occhi che scavavano in profondità alla ricerca dell'oro nero. Occhi trivellatori, dipinti ad olio col mascara. Il sorriso drogato era scomparso. Le labbra schiuse. La punta appena visibile della lingua che sfiorava i denti.
Poi si voltò. Di scatto. Ridestandomi dal delizioso torpore in cui ero piombato. Mi diede di nuovo le spalle. Il suo culo danzava a pochi centimetri dal mio naso. Cominciò a sbottonarsi il jeans. Avrei voluto darle una mano, ma ero paralizzato. Incantato. Estasiato. Lei lasciò cadere il jeans fino alle caviglie e se ne liberò con un doppio passo alla Ronaldo. Indossava un imprudente tanga granata di pizzo. Si piegò in avanti, lasciandomi intravedere le porte del più carnale dei paradisi. Due riccioli di peli pubici le uscivano dallo slip. Poggiai la mano sinistra sul suo culo. Ne indagai la rotondità e le deliziose imperfezioni della pelle. Burrosa. Calda. Eccitante. La mano destra intorno alla birra. Un altro sorso, ma si.

Lei si abbassò. Piegò le ginocchia e aprì le cosce. Il culo sfiorò quasi il pavimento. Adesso mi mostrava la schiena. Con una mano raccolse i capelli e se li spostò in avanti. Avevo tutta la schiena a mia disposizione. Una prateria di pelle attraversata da un Mississipi prosciugato e senza schiavitù. Un'unica interruzione sul percorso: quell'infame reggiseno. Andava tolto. Poggiai la lattina di birra a terra. Avvicinai le mani al reggiseno, per slacciarlo. Ne approfittai per baciarle la schiena. Una volta. Poi un'altra. E un'altra ancora. Le slacciai il reggiseno e la strinsi forte a me. Le mie labbra cominciarono a profumarle il collo di birra. Le mie dita iniziarono a martoriarle i capezzoli. La sentii ansimare, delicatamente. 
Ma poi si alzò. Lentamente, ma si alzò. Il suo culo tornò a pochi centimetri dal mio naso. Fece un passo in avanti e si girò verso di me. Aveva solo il tanga e tanta voglia di scopare. Nulla in confronto alla mia. Si inginocchiò di fronte a me, poggiando le ginocchia sul suo jeans. Io mi appoggiai allo schienale della poltrona. Con la mano destra cercai nuovamente la birra. Non la trovai. Buttai un occhio, ma niente. Tornai a guardarla. La birra era in mano sua. L'aveva presa lei. 
E senza togliere gli occhi da dentro ai miei occhi, tracannò un sorso.


Jack Writhe


Scrivi, fottutamente.

Scriveva. Non pensava e scriveva. Le parole erano già dentro il cervello. Sulla punta della lingua e del buco del culo. Pronte per essere vomitate, cacate, sputate. Occhi chiusi e dita in movimento. La penna stretta tra indice e pollice. Il medio lo lasciava libero per mandare a fanculo qualcuno. Magari un fantasma, chissà. Gli scrittori ne hanno talmente tanti, specie dopo tre doppio malto di alto livello. La penna come un plettro. Assoli e accordi. Accordi e assoli. E la carta non era il pentagramma. Era la più distorta chitarra del deserto. Mancava il basso.

Scriveva. Scriveva del basso e delle note in chiave di basso. Il distorsore fuzz e quella voce nella testa. "Scrivi... scrivi... fottutamente... scrivi". Come si fa a scrivere fottutamente? Lui non lo sapeva. Nessuno lo sa. Ma bisogna scrivere. Lui avvertiva quel bisogno. Sensi unici, divieti di sosta e di fermata, precedenze alle rotonde. Lui scriveva di tutte queste cose tra una birra e l'altra. E un saluto allo specchio che rifletteva l'immagine di un vecchio con l'animo di un ragazzino e la carta d'identità che diceva "sette lustri e poco più".

Fanculo ai lustri. E fanculo agli illustri commedianti e commentatori della letteratura. Fanculo ai premi Strega e Bancarella. Sperava di vincerli un giorno, ma intanto li mandava a fanculo. Era giusto così. Era meglio per tutti. Per lui, che ancora aveva la fissa dello scrittore. Per sua moglie, che preferiva avere accanto uno capace di montare un mobile Ikea piuttosto che scrivere cazzate. Per i suoi figli, che dovevano mangiare, crescere, giocare coi giocattoli, fare sport, l'happy meal ogni tanto e cose così.

Ma lui scriveva. Continuava a scrivere. Non poteva farne a meno. Anche quando l'astinenza era durata settimane, persino mesi. Ad un certo punto, prendeva  una penna e chiudeva gli occhi. Chiudeva gli occhi e cominciava a scrivere. Senza pensare, of course. Per le correzioni, gli aggiustamenti, i diesis e le pentatoniche c'è sempre tempo. Quello che non può aspettare sta nel cervello e deve uscire. E lui lo faceva uscire. Sempre. Ci ricascava sempre. Come l'ultima dose del Ragazzo in Affitto a cui ne sarebbero seguite altre e altre ancora e ancora altre. Se ne sbatteva di essere inseguito dalla sbirraglia delle responsabilità e della modernità. Si chiudeva nel cesso della mansarda, si sedeva sulla tazza e cacava. E scriveva. E sudava, perché in mansarda faceva caldo. E poi era estate. La finestra era aperta, ma la porta restava comunque chiusa per non far uscire la puzza e allora addio corrente d'aria. Tutto era paralizzato. Tutto era fermo. Il vento e persino le gocce di sudore che si spiaggiavano sulle rughe della fronte e degli occhi.

Tutto fermo tranne la mano destra. Quella che impugnava la penna. Scriveva, quella dannata mano del cazzo scriveva come se non ci fosse un domani. Eppure un domani ci sarà sempre. Il problema è che forse non sarà per noi. Non sarà il nostro domani. Ma 'sti cazzi. Noi non siamo nessuno. Scribacchini e basta. Una scorreggia nell'Universo. Se morissimo tutti adesso, se il Pianeta intero esplodesse e non rimanesse memoria delle umane vicende e genti, non se ne accorgerebbe nessuno. Nessuno nell'universo.

A nessuno nell'universo interessava leggere ciò che la sua mano destra stava scrivendo. A nessuno nell'universo interessava la sua opinione su qualche cazzo. Ma lui scriveva, e se ne sbatteva. 
Scrivere, e sbattersene. Forse è questo il segreto.
Un'altra pinta, per favore.


Jack Writhe

L'ultimo sole

E se un giorno, il sole decidesse di non tornare più?
Se una mattina ci svegliassimo e ci rendessimo conto che è ancora buio?
E che forse lo sarà per sempre?
Se sapessimo che quello di fronte a noi è l'ultimo tramonto della storia, lo guarderemmo con gli stessi occhi?
Ci sentiremmo come in quei giorni in cui davamo per scontato il suo ritorno?
Cosa faremmo, se quello davanti a noi fosse l'ultimo Sole?

Il mondo si dividerebbe tra scienziati e poeti.
I primi cercherebbero in tutti i modi di arrestare la catastrofe. Curvi sulle loro scrivanie, li vedremmo spremere le loro menti geniali per trovare l’equazione in grado di risolvere il problema. Cercherebbero un modo per cambiare la rotazione del pianeta, per rincorrere quel sole intento a fuggire, stufo della nostra arroganza. Alcuni di loro comparirebbero in giacca e cravatta davanti alle telecamere, elencando con saccenteria la catena di conseguenze sui processi biologici, le maree, i cicli naturali e tutte quelle cose di cui crediamo di essere esperti perché una volta abbiamo letto un articolo su www.lascienzapergliimbecilli.com.
Nel frattempo, i poeti si radunerebbero sulle grandi spiagge che volgono a Ponente. Seduti, in piedi, in ginocchio. Osserverebbero in massa la palla di fuoco risucchiata dal mare ingordo, riempiendo i loro occhi di quella luce rossa che violenta l’orizzonte per l’ultima volta. In bilico tra l’estasi, data dalla visione dall’immensa uscita di scena del simbolo della vita, e la rabbia, data dalla consapevolezza che la nostra miserabilità è arrivata a tal punto che anche il Sole ha deciso di voltarci le spalle.
Eccolo, ormai è ridotto ad una sottile linea color sangue che galleggia sull’oceano.
Gli scienziati prendono a pugni le tastiere dei computer. E piangono. Come bambini che non sono riusciti a sconfiggere il mostro finale del loro videogioco preferito.
I poeti sorridono, in faccia alla fine. Domani sarà buio. Dopodomani anche. Potremo lanciare i nostri ultimi versi d’amore alla Luna, alle stelle, alla notte. Prima che l’assenza di luce uccida tutti gli ecosistemi e ci trascini nell’oblio che, evidentemente, ci siamo meritati.

Mister F