Las Zetas

White Demon lo sta massacrando, gli ha già staccato un pezzo di lingua e perde sangue a fiumi, sto perdendo da almeno dieci minuti, e sono già incazzato quando mi chiama e dice Mi è venuto il ciclo. E subito passo in rassegna tutti quegli stronzi finocchi a cui fa schifo fare sesso quando una donna ha il ciclo, ché quelli neanche se lo sognano come viene quando è in quei giorni. Non me ne frega un cazzo, le dico e quando mi saluta sento che è più sollevata, quasi contenta. Io invece mi mangio le unghie fino all'osso, la testa di Tex Mex è coperta di bava e ferite profonde, gli vedo il cranio e un occhio gli penzola fuori dalle orbite. Sta collassando. Un bastardo messicano me l'ha venduto per seicento dollari appena oltre la frontiera, con documenti falsi e tutto per rientrare senza rotture di cazzo. Gli ha fatto mangiare anche un paio di ovuli di cocaina che, se muore ora, mi toccherà sventrarlo per riprendermeli. La gente scommette contro Tex Mex, ridono, mi danno di gomito. Se perdo, non riuscirà a venirmi duro per almeno due settimane e addio fantasie da mestruo. Lo incalzo, sono due giorni che non mangia, Dai uccidilo fallo a pezzi! Ma lui niente, barcolla con la testa aperta e sangue. Quanto sangue in un figlio di puttana messicano. Mi guarda dal recinto, sembra quasi che voglia chiedermi di aiutarlo, di fermare la follia. Mi guarda con due occhi che sembra una persona, da non crederci. Sta scoppiando, agonizza. Viene verso di me e scodinzola. Migliore amico dell'uomo un cazzo!, penso. Mi sta facendo perdere così tanti soldi che non potrò neanche avvicinarmi a casa di Azar. Lei è così stronza che se non faccio quello che le piace corre subito a tradirmi con il primo che la fa sentire bella. Ciclo o non ciclo, è stronza fino a questo punto e poi è capace anche di darmi la colpa. Quando l'ho conosciuta ero così fuori di eroina che non solo non mi stava su ma le ho vomitato sul collo mentre le stavo ancora dentro, moscio come una salsiccia. E lei ha detto che facevo schifo e che avrebbe dovuto scopare con almeno tre uomini quella notte per risollevare la sua autostima. In quel momento ho capito che era la donna perfetta per me. Azar, che nome da film porno. Invece è la figlia dell'ambasciatore di qualche paese a cui noi tiriamo le bombe. Ma quello che mi piace di più è che a lei della guerra, degli accordi diplomatici e della sicurezza non interessa. Quando ha voglia di uscire, si infila le scarpe e se ne va di nascosto, senza scorta. Se esce con uno di quei gorilla armati, che suo padre le mette dietro, è solo per fargli un bel pompino così quelli se ne stanno zitti quando la vedono scappare, per non rovinarsi la piazza, e con quella bocca, quando l'ho vista la prima volta l'ho saputo subito che era brava con i pompini. Sarà un luogo comune ma le negre hanno tutte quella bocca che non vedi l'ora di portarle dietro un angolo e fartelo ciucciare. Anche le arabe. Azar è araba o giù di lì, non sono molto preparato in fatto di geofrafia. So che quando è con suo padre porta in testa uno di quei fazzoletti che la coprono fino al collo. Appena viene da me, per prima cosa lascia libera quella cascata di capelli e poi mi racconta delle cose. Una volta mi ha detto che una sua amica è stata infibulata e che non può scopare e anche che una bambina del suo quartiere è stata rapita a sei anni da un soldato che l'ha violentata, messa incinta quattro volte e poi l'ha rimandata a casa, con quattro figli e l'utero sfondato. Ma a me di quello che dice Azar non importa, a me piace perché le va di viversi la vita tutta in un sorso e non ha paura di niente, nemmeno di morire. Mi piace perché piace a Tex Mex, che ora sta morendo sotto i miei occhi insieme alla speranza di tirare su qualche soldo. Senza neanche accorgermene, mentre penso al ciclo di Azar, al modo in cui lei ne parla come una cosa indicibile e di cui vergognarsi, e che a me fa impazzire ancora di più, prendo in braccio Tex Mex e lo tiro fuori dal recinto.

Un tipo con la cravatta larga sul collo e le scarpe di coccodrillo mi grida con la mano alzata Che cazzo fai, stronzo! Ma ormai è tardi perché Tex Mex ha abbandonato il campo e la gara è nulla se nessuno dei due cani è morto. Quello mi si avvicina a passo svelto e mi insulta, ha gli occhi rossi e le mani gonfie, la bava alla bocca e quando parla sputa ad ogni parola. Dice Brutto frocio testa di cazzo, a me. Poi si gira verso White Demon e se la prende anche con lui A che cazzo mi servi se non uccidi al primo morso? Tira fuori una pistola dai pantaloni e gli spara in mezzo agli occhi, un colpo solo. Morto. Secco. Gli sputa addosso e se ne va con la porsche Panarea grigia come il pelo di Tex Mex, lucida lucida. Sulle mani un liquido caldo mi scorre fino ai gomiti, le persone mi spintonano e mi calpestano i piedi, mi ringhiano, mi guardano con tutto l'odio del mondo, vorrebbero uccidermi e forse mi daranno una coltellata prima che arrivi alla macchina e riesca ad andare da Azar, con il suo ciclo innominabile. I miei palloncini di coca sono ancora nella pancia ferita e dolorante del cane che mi pesa sulle braccia, sarà almeno cinquanta chili. Poco lontano dal recinto dove stavano combattendo lo butto a terra e fa un suono sordo, come un sacco pieno. Mi piego sulle ginocchia e gli infilo le dita in gola per farlo vomitare, non ho nessuna voglia di aprirgli la pancia con un coltello solo per dare una botta. Non stasera. Anche se ho bisogno di soldi e di piazzarla. Azar ha una passione per gli ovuli di coca, e non solo. Con quel suo bel naso da libanese o curda o quel cazzo che è, le piace annusare tutto. Uno di questi giorni mi aspetto di trovarmela con la faccia sul culo come fanno i cani. Forse per questo a Tex Mex è così simpatica, non sa che se non si decide a tirare fuori quei due palloncini sarà lei stessa ad aprirlo in due. Ha una buona mano con i coltelli, a volte mi chiedo perché ma preferisco non saperlo. In fondo, cosa me ne farei di questa informazione? Non voglio essere l'ennesimo bianco xenofobo che ha paura degli arabi, è troppo mainstream. Sto ancora girando due dita nella gola masticata di Tex Mex quando finalmente mi vomita gli ovuli in mano e il cuore gli si ferma. Bravo stronzo di un cane, mi mancherai. Mi infilo i palloncini appiccicosi nelle mutande e lo lascio lì per terra mentre tutti, andando via, ci passano sopra con i piedi. Non è  gente che firma le petizioni per liberare i leoni dallo zoo. E nemmeno si preoccupano che servano quindicimila litri di acqua per produrre un solo chilo di carne. Loro nemmeno ci pensano a come viene prodotto il latte e che per il cuscino di piume spennano le oche ancora vive. È gente che la mattina si alza e va a lavorare, senza sapere niente, per lo stipendio a fine mese e vaffanculo al resto. Poi, siccome le mogli non gliela danno più, vengono qui e buttano i cani nel recinto per farli uccidere. Chi muore per primo, perde. Penso sia l'unica regola. 
La statale è buia e piena di troie dell'est, quelle con i capelli biondi e i fianchi stretti, non ho i soldi neanche per chiedere quanto vogliono. Tiro dritto per casa di Azar anche se ha i capelli neri e i fianchi larghi, nelle mutande ho due palle in lattice che le faranno passare ogni superstione di purezza.

Chicana


Emozioni

La bocca dell’intestino andrebbe accarezzata con la punta dell’indice. Me lo ripeteva spesso mamma, dicendomi che proprio lì, ad un palmo dallo sterno, si annidavano quelle che tutti, ciascuno nella propria lingua, chiamavano emozioni. Come serpenti a sonagli, raggomitolate in un canestro di saggina, se ne stavano sonnacchiose e indolenti, pronte a pungere all’improvviso. Cambiando muta, diventando tutte ad un tratto scattanti, vibranti, turgide e ficcanti.

Ne avevo paura, perchè non sapevo addomesticarle. Non ne sono mai stato capace. Ero io, ma non ero io. Ero loro. Ero quello che loro volevano che fossi. Un teatro vuoto, un tubo catodico rotto. I fili arpionati alle mie spalle e quel ghigno proprio dietro di me. Quel ghigno dal sapore gospel che avrei imparato a riconoscere anche da adulto, in uno dei tanti luoghi in cui sono stato qualcuno e quasi sempre nessuno.

Mentre le pagine della Vita si sfogliavano bislacche, non ho mai smesso di sentirle, sebbene le abbia vomitate tante volte, senza però espellerle veramente. Rimanevano aggrappate ai miei polmoni, nonostante gli sforzi e le suppliche perchè mi lasciassero in pace, in questo tempio svestito che ero diventato. Preghiere latrate alla luna che però sul campo hanno lasciato solo macerie, morti e freddo.

Qualcuno mi ha suggerito di dare loro un nome, di chiamarle con un vezzeggiativo, senza però riuscirci mai, perchè il vento non lo fermi con le mani e i calli sulle nocche possono forse farti sentire più forte, ma non per questo abile. E’ stato un dolore forte doverle accettare, poi subirle, quindi di nuovo accettarle. Mi sono entrate nel sangue, intrufolate nello sperma e riconfigurate nelle generazioni successive. Io le ho solo guardate, lasciandole scorrere e continuando, impudicamente, ad accarezzare la bocca dell’intestino con il mio indice sporco di codardia.

Orofino


Sorsi

Non attese nemmeno che la testina si poggiasse sul vinile dei King Weed. Iniziò a muovere il culo prima che la musica cominciasse a spiaccicarsi sulle pareti della stanza e dei nostri timpani. Senza togliere gli occhi dai suoi fianchi, cominciai a cercare la birra che avevo poggiato un istante prima sul tavolino alla mia destra. La trovai. Avvicinai la lattina alle mie labbra secche e tracannai un lungo sorso. La birra era ancora fredda, nonostante la temperatura nella stanza stesse salendo vertiginosamente. 
Lei ballava. Ballava come una pellerossa davanti al falò. Come una sciamana strafatta di peyote. Era a piedi nudi e le frange del jeans sdrucito le si infilavano sotto il tallone. Con la mano sinistra cercai il pacchetto di sigarette. Non ricordavo nemmeno di aver smesso di fumare da mesi, ormai. Ero troppo preso dai suoi fianchi. Deliziosi. Sinuosi. Se avessi avuto una tavola, li avrei surfati. Birra.

Le spalle. Mi diede le spalle. Che spettacolo. Mi diede le spalle e cominciò a togliersi la maglietta da hippy del nuovo millennio che indossava. Si muoveva come se non avesse fatto altro per tutta la vita. Fino a quel momento. Fino a quel tardo pomeriggio di una domenica di riposo. Liberò la schiena dalla prigionia della t-shirt. Rimase solo il reggiseno a segnarle la pelle. A scolpire un solco, un binario delizioso, una lunga lingua di carne su cui passare giorni a fare l'autostop.
Si voltò verso di me, ma non mi vide. Non poteva vedermi.Aveva gli occhi chiusi e la testa rivolta all'indietro. Un sorriso drogato le dipingeva il volto. I capelli cedevano alla gravità scoprendole i lobi delle orecchie. Lobi da succhiare. Un altro sorso di birra.

Aprì gli occhi e si avvicinò a me. Aveva uno sguardo assassino. Arrapante. Occhi che scavavano in profondità alla ricerca dell'oro nero. Occhi trivellatori, dipinti ad olio col mascara. Il sorriso drogato era scomparso. Le labbra schiuse. La punta appena visibile della lingua che sfiorava i denti.
Poi si voltò. Di scatto. Ridestandomi dal delizioso torpore in cui ero piombato. Mi diede di nuovo le spalle. Il suo culo danzava a pochi centimetri dal mio naso. Cominciò a sbottonarsi il jeans. Avrei voluto darle una mano, ma ero paralizzato. Incantato. Estasiato. Lei lasciò cadere il jeans fino alle caviglie e se ne liberò con un doppio passo alla Ronaldo. Indossava un imprudente tanga granata di pizzo. Si piegò in avanti, lasciandomi intravedere le porte del più carnale dei paradisi. Due riccioli di peli pubici le uscivano dallo slip. Poggiai la mano sinistra sul suo culo. Ne indagai la rotondità e le deliziose imperfezioni della pelle. Burrosa. Calda. Eccitante. La mano destra intorno alla birra. Un altro sorso, ma si.

Lei si abbassò. Piegò le ginocchia e aprì le cosce. Il culo sfiorò quasi il pavimento. Adesso mi mostrava la schiena. Con una mano raccolse i capelli e se li spostò in avanti. Avevo tutta la schiena a mia disposizione. Una prateria di pelle attraversata da un Mississipi prosciugato e senza schiavitù. Un'unica interruzione sul percorso: quell'infame reggiseno. Andava tolto. Poggiai la lattina di birra a terra. Avvicinai le mani al reggiseno, per slacciarlo. Ne approfittai per baciarle la schiena. Una volta. Poi un'altra. E un'altra ancora. Le slacciai il reggiseno e la strinsi forte a me. Le mie labbra cominciarono a profumarle il collo di birra. Le mie dita iniziarono a martoriarle i capezzoli. La sentii ansimare, delicatamente. 
Ma poi si alzò. Lentamente, ma si alzò. Il suo culo tornò a pochi centimetri dal mio naso. Fece un passo in avanti e si girò verso di me. Aveva solo il tanga e tanta voglia di scopare. Nulla in confronto alla mia. Si inginocchiò di fronte a me, poggiando le ginocchia sul suo jeans. Io mi appoggiai allo schienale della poltrona. Con la mano destra cercai nuovamente la birra. Non la trovai. Buttai un occhio, ma niente. Tornai a guardarla. La birra era in mano sua. L'aveva presa lei. 
E senza togliere gli occhi da dentro ai miei occhi, tracannò un sorso.


Antonio Lucignano


Scrivi, fottutamente.

Scriveva. Non pensava e scriveva. Le parole erano già dentro il cervello. Sulla punta della lingua e del buco del culo. Pronte per essere vomitate, cacate, sputate. Occhi chiusi e dita in movimento. La penna stretta tra indice e pollice. Il medio lo lasciava libero per mandare a fanculo qualcuno. Magari un fantasma, chissà. Gli scrittori ne hanno talmente tanti, specie dopo tre doppio malto di alto livello. La penna come un plettro. Assoli e accordi. Accordi e assoli. E la carta non era il pentagramma. Era la più distorta chitarra del deserto. Mancava il basso.

Scriveva. Scriveva del basso e delle note in chiave di basso. Il distorsore fuzz e quella voce nella testa. "Scrivi... scrivi... fottutamente... scrivi". Come si fa a scrivere fottutamente? Lui non lo sapeva. Nessuno lo sa. Ma bisogna scrivere. Lui avvertiva quel bisogno. Sensi unici, divieti di sosta e di fermata, precedenze alle rotonde. Lui scriveva di tutte queste cose tra una birra e l'altra. E un saluto allo specchio che rifletteva l'immagine di un vecchio con l'animo di un ragazzino e la carta d'identità che diceva "sette lustri e poco più".

Fanculo ai lustri. E fanculo agli illustri commedianti e commentatori della letteratura. Fanculo ai premi Strega e Bancarella. Sperava di vincerli un giorno, ma intanto li mandava a fanculo. Era giusto così. Era meglio per tutti. Per lui, che ancora aveva la fissa dello scrittore. Per sua moglie, che preferiva avere accanto uno capace di montare un mobile Ikea piuttosto che scrivere cazzate. Per i suoi figli, che dovevano mangiare, crescere, giocare coi giocattoli, fare sport, l'happy meal ogni tanto e cose così.

Ma lui scriveva. Continuava a scrivere. Non poteva farne a meno. Anche quando l'astinenza era durata settimane, persino mesi. Ad un certo punto, prendeva  una penna e chiudeva gli occhi. Chiudeva gli occhi e cominciava a scrivere. Senza pensare, of course. Per le correzioni, gli aggiustamenti, i diesis e le pentatoniche c'è sempre tempo. Quello che non può aspettare sta nel cervello e deve uscire. E lui lo faceva uscire. Sempre. Ci ricascava sempre. Come l'ultima dose del Ragazzo in Affitto a cui ne sarebbero seguite altre e altre ancora e ancora altre. Se ne sbatteva di essere inseguito dalla sbirraglia delle responsabilità e della modernità. Si chiudeva nel cesso della mansarda, si sedeva sulla tazza e cacava. E scriveva. E sudava, perché in mansarda faceva caldo. E poi era estate. La finestra era aperta, ma la porta restava comunque chiusa per non far uscire la puzza e allora addio corrente d'aria. Tutto era paralizzato. Tutto era fermo. Il vento e persino le gocce di sudore che si spiaggiavano sulle rughe della fronte e degli occhi.

Tutto fermo tranne la mano destra. Quella che impugnava la penna. Scriveva, quella dannata mano del cazzo scriveva come se non ci fosse un domani. Eppure un domani ci sarà sempre. Il problema è che forse non sarà per noi. Non sarà il nostro domani. Ma 'sti cazzi. Noi non siamo nessuno. Scribacchini e basta. Una scorreggia nell'Universo. Se morissimo tutti adesso, se il Pianeta intero esplodesse e non rimanesse memoria delle umane vicende e genti, non se ne accorgerebbe nessuno. Nessuno nell'universo.

A nessuno nell'universo interessava leggere ciò che la sua mano destra stava scrivendo. A nessuno nell'universo interessava la sua opinione su qualche cazzo. Ma lui scriveva, e se ne sbatteva. 
Scrivere, e sbattersene. Forse è questo il segreto.
Un'altra pinta, per favore.


Antonio Lucignano

L'ultimo sole

E se un giorno, il sole decidesse di non tornare più?
Se una mattina ci svegliassimo e ci rendessimo conto che è ancora buio?
E che forse lo sarà per sempre?
Se sapessimo che quello di fronte a noi è l'ultimo tramonto della storia, lo guarderemmo con gli stessi occhi?
Ci sentiremmo come in quei giorni in cui davamo per scontato il suo ritorno?
Cosa faremmo, se quello davanti a noi fosse l'ultimo Sole?

Il mondo si dividerebbe tra scienziati e poeti.
I primi cercherebbero in tutti i modi di arrestare la catastrofe. Curvi sulle loro scrivanie, li vedremmo spremere le loro menti geniali per trovare l’equazione in grado di risolvere il problema. Cercherebbero un modo per cambiare la rotazione del pianeta, per rincorrere quel sole intento a fuggire, stufo della nostra arroganza. Alcuni di loro comparirebbero in giacca e cravatta davanti alle telecamere, elencando con saccenteria la catena di conseguenze sui processi biologici, le maree, i cicli naturali e tutte quelle cose di cui crediamo di essere esperti perché una volta abbiamo letto un articolo su www.lascienzapergliimbecilli.com.
Nel frattempo, i poeti si radunerebbero sulle grandi spiagge che volgono a Ponente. Seduti, in piedi, in ginocchio. Osserverebbero in massa la palla di fuoco risucchiata dal mare ingordo, riempiendo i loro occhi di quella luce rossa che violenta l’orizzonte per l’ultima volta. In bilico tra l’estasi, data dalla visione dall’immensa uscita di scena del simbolo della vita, e la rabbia, data dalla consapevolezza che la nostra miserabilità è arrivata a tal punto che anche il Sole ha deciso di voltarci le spalle.
Eccolo, ormai è ridotto ad una sottile linea color sangue che galleggia sull’oceano.
Gli scienziati prendono a pugni le tastiere dei computer. E piangono. Come bambini che non sono riusciti a sconfiggere il mostro finale del loro videogioco preferito.
I poeti sorridono, in faccia alla fine. Domani sarà buio. Dopodomani anche. Potremo lanciare i nostri ultimi versi d’amore alla Luna, alle stelle, alla notte. Prima che l’assenza di luce uccida tutti gli ecosistemi e ci trascini nell’oblio che, evidentemente, ci siamo meritati.

Mister F


Riflessioni galleggianti nella stagione balneare

I miei passi affondano lenti nella sabbia intrisa di acqua e salsedine. Intorno a me, giovani oche starnazzano su modelli di bikini e uomini di plastica. Bagnini palestrati e oleosi biascicano insulti ai bagnanti indisciplinati e complimenti di borgata alle fanciulle, che ancheggiano e gareggiano tra loro a chi riceve l’epiteto più feroce.
Tutto rumore superfluo.
Mamme stanche urlano disperate verso giovani creature che fuggono dall’oppressione familiare. Piccoli guerrieri in costume affrontano le onde, urlando come nativi americani.
Tutto rumore superfluo.
In lontananza, il chiasso delle stoviglie nelle tavole calde, montate su palafitte che non danno proprio quel senso di stabilità che uno si aspetta. Le chiacchiere inutili e teatrali di chi non ha nulla da dirsi.
Tutto rumore superfluo.
Allora entro in acqua. E’ fredda, di un freddo che ti detesta, che vuole proprio farti male. Me ne infischio. Mi immergo. Lentamente, i sospiri del mare cominciano a scavalcare le voci. Tra un sospiro e l’altro, mi sto abituando alla temperatura. Ho preso il largo. Con il corpo, con la mente. Intorno a me, solo acqua. Acqua e pensieri. Ma i miei pensieri sono pesanti e, dopo un po’ di resistenza, affondano. Sprofondano negli abissi e annegano. Una morte violenta per pensieri violenti. Nel frattempo, la cresta d’acqua mi culla un po’. La linea dell’orizzonte danza lentamente. Eccoci finalmente, io e quel vecchio bastardo del mare. Mi lascio andare un po’, mentre il cervello prende una boccata d’aria.
E’ così che vorrei vivere. In una dimensione acquosa e danzante, dove il blu ti circonda in ogni sfumatura e le parole degli altri si sciolgono come sale. Un immensa vasca di liquido amniotico, dove rimandare l’appuntamento con la nascita. Dove evitare il mondo e i suoi insopportabili rumori. A volte vorrei sentirmi così, nel mio regno perfetto e asettico. Per non sentire dolore, non sento più nulla.
Ma dovrei anche rinunciare a quella piacevole esplosione che ti devasta il petto ogni volta che, anche se solo per un secondo, riesci a sconfiggere le avversità.
E allora meglio tornare a riva. Ascoltare tutto quel rumore superfluo. Perché se insisti veramente, se ci credi fino all’ultimo, anche in un mare letame puoi trovare la tua perla.
Anche nel rumore superfluo, puoi trovare la parola che stavi cercando.

Mister F


Magnolia

Dalla persiana abbassata si intravedeva il mare. Era illuminato dalle luci di alcuni mercantili. La notte era poco fuori ad attendere. Sulle lenzuola traccie di amore. In strada, un'ambulanza sfrecciava a tutta velocità: una macchina si era da poco impiastricciata ad un incrocio. I vetri dell'auto brillavano come diamanti sull'asfalto che faceva da talamo nuziale. Due persone, un uomo e una donna, giacevano riversi per terra. Di loro non c'era più nulla. Solo il ricordo, ma poi, con il tempo, anche quello sarebbe scomparso.

Dalla finestra la città si muoveva ancora. La brezza lampeggiava tra i loro capelli sudati. Il suo petto, i suoi seni esposti al caldo del tardo pomeriggio. Quanto avevano parlato quel giorno. Così tanto da consumarsi la lingua. E ogni parola era stata utile. Importante per loro, un mattone dopo l'altro per costruire un muretto sul quale si erano poi seduti ad osservare il futuro.

E che abbracci! Uno più forte dell'altro, sopra la vita che scorreva dieci piani sotto. Ma bisognava andare. Perché mica tutto poteva durare per sempre, anche se da quell'assaggio di beatitudine non si sarebbero staccati mai.

- Andiamo a piedi? E' bello...- fece lei
- Prendiamo la macchina, faremo prima.

Orofino


Anima in pena

Lo conosci l'uomo nero? Vive sul muro, negli angoli tra due pareti. Quando le luci si spengono e i bambini smettono di avere paura, quando dormono tutti, anche quelli che di notte stanno svegli, allora lui arriva. È un gatto o un cinghiale, non importa, forse una testa con le corna e gli occhi da capra. Lui ti vede anche quando hai smesso di fissare il soffitto e ti tira i capelli, vuole le anime inquiete. Tu hai l'anima inquieta? Al Voodooman non si dicono bugie. Solo una gran luce può fermarlo, e non è la luce che hai sul comodino. Non basta accendere il monitor del telefono. Nemmeno l'accendino per fumare. Lui aspetta che sia di nuovo buio, è paziente, le sue ombre non hanno fretta. Ma tu non seguirlo mai, lo so che porta cose facili. Il diloggun dice che qualcuno ti protegge e vuole parlare con te, fermati. Aspetta. Ascolta la sua voce che viene da lontano. Ha fatto una strada lunghissima per dirti cosa fare. Il sangue non sbaglia mai, sa sempre la verità. Guardaci dentro. La luna stanotte è rimasta al sicuro, le ombre hanno fame e il cielo è finito. Ho portato un fiume di acqua nella pancia, vieni. Vieni dentro. Anche se le tue mani sono terra e boschi pieni di alberi, e i segni ci indicano strade diverse, il biague ci perdona. Dice: trovatevi, mangiate nello stesso piatto. E le anime vecchie vi porteranno i sogni per togliere l'invidia da sotto ai vostri letti. Non perdere i capelli, dice all'orecchio la voce che conosci. Attento a non dare qualcosa di tuo a mani che non hai toccato. Guarda negli occhi, gli occhi lo sanno. 
Cosa vedi?
L'uomo nero usa il buio per confondere le idee, allontana, separa, mette montagne tra me e te. Ma tu non credergli mai. Ha fame, cerca anima in guerra. Lacrime, lacrime, ay! Con le braccia da cacciatore butta giù il muro, ogni pezzo, e non guardare le lancette. Il tempo non esiste. Nelle mie conchiglie c'è acqua, senti? Metti l'orecchio qui. Spegni la luce perché la conchiglia ti salva, ti tiene le spalle mentre pensi. 
Dormono. Tutti dormono, anche quelli che dormono dopo degli altri. Le mani mi tirano i capelli, dicono  Vieni con noi. Ti rivelo un segreto, dicono. E il sonno viene a prendermi, mi porta via dalle ombre sul muro, mi da i sogni e le risposte. O le domande. O le verità indicibili. Brava, adesso chiudi gli occhi. Non puoi parlare nei giorni del sangue ma ascolta, la strada è già segnata, vieni a metterci i piedi. 
Il cane abbaia alla maschera di legno, gli occhi vuoti da dentro lo guardano, anche lui sente il richiamo. Fa paura, sì. Ma non sono qui per te.

Chicana


Io sono vivo

Allento la pressione sull'acceleratore. Sono in anticipo, stavolta. Accarezzo con gentilezza l'asfalto dell'autostrada, prima che il percorso ci costringa a lasciarci.
Tra poco le luci svaniranno e verrò inghiottito dal buio della provinciale. Uno di quei bui che ti odiano, che vogliono vederti spalmato su un albero dopo una curva presa troppo di corsa. Uno di quei bui conditi da un filo di nebbia che sale all'improvviso e si spalma sul parabrezza quel tanto che basta da farti sentire debole per un attimo.
Ma non è ancora il momento. Il sole resiste, mentre scivola lentamente dietro le colline verdi come la speranza di arrivare illeso alla meta. E mentre volteggi tra le curve seducenti di questa provinciale tirata giù come uno schizzo di sperma asfaltato, tra mandrie di vacche e casolari abusivi, pensi a te.
A quello che sei, a quello che stai facendo. A dove sei arrivato e a dove pensi di arrivare. A tutti gli sgambetti che ti ha fatto la vita, e a quello che sarà capace di farti da qui al momento in cui finirai sottoterra.
Quello a cui stai pensando dovrebbe farti piangere, urlare, tirare pugni sul volante così forti da spaccare lo sterzo.
E invece sorridi.
Perché dopo ogni sgambetto, tu alla vita le hai mostrato il dito medio. Dopo ogni tiro mancino ti sei rialzato, ti sei calato le braghe e hai mostrato il tuo culo peloso alla sorte maligna. Dopo ogni bestemmia tirata tra i denti, hai trovato il modo di risolvere il problema. Anche se solo per qualche giorno.
Pensare al futuro. E’ questo che rende quelli come me ridicoli. Pensare al prossimo anno. Al prossimo mese. Alla prossima settimana.
Quelli come me devono pensare solo a oggi, proiettati verso domani. Se concentro le energie per far sì che la giornata che si concluda non sia l'ultima, avrò il piacere di svegliarmi la mattina dopo e dire alla vita, o a Dio, o a chi cazzo governa questa cosa del tempo, dello spazio e dell'esistenza: "Ciao stronzetto, io sono ancora qui."
Anche oggi, io sono vivo.

Mister F


Infinito

Non mi sono mai accontentato. Non è da me rimanere su questo puntino azzurro, perso nell'immensità dello spazio.
E' per questo che ho viaggiato. Ho attraversato miliardi di chilometri, sentito la brezza chimica delle stelle sfiorarmi gli zigomi. Ho goduto del caldo lussurioso di Venere. Ho innalzato castelli e scavato pozzi nella terra rossa di Marte. Ho graffiato il manto verde dell'Aurora Boreale, creando striature azzurre e viola. Ho saltato di asteroide in asteroide, ho fatto il miglior tempo sugli anelli di Saturno. Ho messo a segno triple da standing ovation, insaccando le lune di Giove nell'immensa rete nebulosa del Granchio.
Ho sbaragliato i confini del sistema solare, percorrendo la Via Lattea contromano. Ho indossato la cintura di Orione e, cavalcando il furioso Pegaso, ho esplorato la tana dell'Orsa Maggiore. Ho ingannato lo spazio e il tempo, sorpassando la luce sulla corsia di emergenza. Con il dito medio alzato. Ho raccolto il fiato di tutte le correnti interstellari ed ho urlato in un buco nero, spingendo l'eco della mia voce negli universi paralleli.
Ho capovolto le galassie con lo schiaffo della gravità, facendole roteare come eliche brillanti. Ho goduto del terrore infinito che domina le strisce di vuoto che intercorrono tra i corpi celesti. Ho assaporato il silenzio assoluto, quello che ti entra nel cervello e spalanca le porte della conoscenza.
Per un impercettibile e infinito attimo, io ho visto tutto.
Tutto.
Infine, danzando nelle tempeste solari, sono tornato a casa. Giusto il tempo di riposarmi un po’ e prepararmi per il prossimo viaggio.

Mister F

Mama Wata

L’Uomo delle Rune si è spinto troppo oltre, dicono le streghe ma la loro lingua è incomprensibile, nessuno lo sa e lui non le capisce, forse le sente, a volte, di notte, quando è solo e tutte le stelle non sono abbastanza per la sua anima. La strega con gli occhi veggenti lo guarda e lo sa subito che è perso, non sa dove sta andando, non conosce i venti e le direzioni che fanno prendere agli uomini, quanto possono spingerli lontano. Si siede accanto a lui e dice Conosci la storia di Mama Wata? Intorno al fuoco, gli spiriti gridano il suo nome e uccidono i tori per lei. Quante lacrime, quante lacrime, Ay Mama Wata, Ay Oshun, Ay mj Erzulie. Stai attento alla donna dell’acqua perché di notte si trasforma in un pesce e fa annegare i pescatori. Il suo simbolo è un cuore trafitto con tre fedi perché la sua anima è sempre tormentata, nonostante ami tanti uomini e tanti uomini uccidano nel suo nome serpenti e tori non si sente mai felice, Erzulie Frida sempre piange. Mama Wata è l’acqua, non ti fidare dell’acqua. Ma l’Uomo delle Rune pensa di sapere tutto. Dall’altro mondo, gli spiriti dicono al suo orecchio che la protezione delle rune non basterà, I tuoi simboli vivono nel bene – gli dicono. Attento al voodoo – gli dicono. Il cerchio sa tutto, conosce il passato e il futuro, e l’Uomo delle Rune vorrebbe guardarci dentro, scoprire i segreti perché è curioso. Di notte, Mama Wata diventa una sirena e uccide gli uomini curiosi chiamandoli nell’acqua. La strega vestita di bianco accende le candele e dice Se vuoi guardare, guarda ma non passare il limite, nel libro che cerchi c’è già scritto tutto ma se non capisci le parole allora gli spiriti diventeranno neri e saranno contro di te, ti indicheranno la direzione sbagliata e Oshun farà scorrere i fiumi al contrario per allontanarti dal porto più sicuro ma l’Uomo delle Rune non ascolta la strega e non ci crede, e non ha paura del male. Mama Wata ascolta il silenzio, lo sente da lontano, sente che parla anche quando non dice niente perché è impossibile nasconderle qualcosa. Sta ferma ad ascoltare giorno e notte, e sente che il suo cuore non si calma mai e la terra si muove e respira e non trova pace perché l’Uomo delle Rune da lontano vuole guardare nel cerchio, vuole uccidere tori e decapitare serpenti, e chiamarla per nome perché non crede alla paura. La strega dice Lei aspetta, aspetta che tu dica le parole perché solo quello le interessa, e poi non tornerai indietro perché la strada sarà dritta fino alla fine. L’Uomo delle Rune viene dal buio e pensa di conoscerlo a memoria, di notte cammina a occhi chiusi, Non credo alle tue storie. Erzulie piange, non le basta nessuna cosa come a lui non basta quello che può toccare e su cui riesce a mettere gli occhi, si tormenta, maledice il mondo. Quando pensa Mama Wata lo sente, e lui non ci crede ma sa che è vero. Chiede al vento di dirle qualcosa prima che sorga il sole. Ogni notte il vento le porta un messaggio. Le parole dell’Uomo delle Rune hanno dentro un freddo che quando vengono dette la pelle le si alza come squame di pesce e diventa tutta blu.


Chicana


Due

“Anche nell’oscurità ti seguirò” gli disse, nascondendo il volto sulla parete scrostata.
“Non c’è bisogno” le rispose lui, accendendo il lume e infiammando la stanza. Erano solo due giovani che volevano prendersi per mano, non cercavano altro. Erano due simmetrie perfette, due algebriche equazioni di amore.
Spostò la seggiola spingendola verso il tavolo. Poi le cinse la vita e le sollevò le vestì.
In quell’angolo di suburra, Lentulo fu tutto per lei: orizzonte, mare, spiga di grano e macina.
Dalle sue cosce un rivolo di sangue le raggiunse la caviglia. Il pavimento ebbe un sussulto e divenne porpora. Lei si morse un labbro e immaginò di essere nell’Ade. Si rivide libera e leggiadra come una dea, irragiungibile, inespugnabile.
“Moriamo insieme” gli sussurrò, mentre i suoi sedici anni si raddoppiavano e i capelli color mogano ingrigivano nella notte levantina.
“Muoio solo io” le rispose Lentulo. Poi afferrò il suo pugio e si trafisse il petto. Ne uscì una farfalla, quindi un zampillo di acqua: solo allora capì di poterla lasciare.
Seguì una lacrima, il silenzio e infine il vento che fece sbattere la porta. Poi più nulla.


Orofino


The third millennium race

Sono l’uomo del terzo millennio, e corro.
Il tempo è poco, le cose da fare troppe. Troppe.
Mi sveglio di corsa. Alle sette la sveglia, alle sette e dieci secondi in piedi. Comincio a camminare con gli occhi ancora abbottonati. Non c’è tempo per abituarsi alla luce. Latte e caffè. Anzi, solo caffè, che si manda giù prima. Bisogna essere svegli, pronti. Il mondo chiama, dobbiamo andare.
Mi lavo di corsa. Acqua, sapone, e si lavano via i ricordi della notte. L’ingombro dei pensieri lo buttiamo nel cesto dei panni sporchi. Su, su. Non c’è tempo da perdere.
Bisogna andare a lavorare. Produrre. Partecipare al profitto dell’azienda. Bisogna essere efficienti, veloci, concreti. Ma quale favore? Chi sei tu? Non mi interessa il nome, che reparto sei? Numero di matricola? Mai sentito. Non faccio favori. Io devo fare il mio. Tu devi fare il tuo. Fallo bene. Fallo veloce. Quantità e qualità.
Sono l’uomo del terzo millennio, e sono veloce.
Dopo il lavoro, si va in palestra. Mens sana in corpore sano. Tanti esercizi, che se ne faccio pochi, che ci vado a fare in palestra? Forza, animo. Su e giù. Ancora. Non c’è tempo per le pause, devo essere a casa per le otto.
Caspita, oggi c’è la lavatrice da fare. Forza, forza. Bisogna accelerare. Spingi quel pedale. Che si fottano i pedoni, dobbiamo andare a casa. Abbiamo cose importanti da fare. Non possiamo perdere tempo per gli altri. Dobbiamo arrivare prima degli altri. Dobbiamo arrivare primi.
La mail l’ho mandata? Devo lavare la macchina. Quella pratica deve essere pronta per domani. Il cane ha la visita. Devo partecipare a quel convegno. Altrimenti niente promozione.
Che cosa? Sentimenti? No grazie, ho smesso. Non ho tempo per quelli. Bisognerebbe fermarsi, respirare, riflettere.
Guardare negli occhi le persone.
Capirle.
Troppo complesso. No, non fa per me. Io devo pensare a me. Io non voglio essere, voglio fare. Riempire il vuoto con le azioni. Quante più possibili. Veloce, veloce. Ancora più veloce. Sono così veloce che posso volare. Guardami.
Sono l’uomo del terzo millennio, e volo.
Volo verso lo spartitraffico. Perché la macchina non frena? Mi sa che tra tutti gli impegni, ho saltato la revisione dal meccanico. Adesso è troppo vicino lo spartitraffico. Mi sa che vado a schiantarmi. Vabbè, però facciamo presto. Che ho da fare.
Come dici? Non esco vivo dalle lamiere?
Ah.
Caspita.
A questo non avevo pensato.
Ho vissuto così velocemente, da non pensare alla morte. Maledizione, che spiacevole imprevisto.
Vabbè, almeno speriamo sia sul colpo. Così mi sbrigo ad andare all’inferno. Che pure lì, avrò un sacco di cose da fare.
Su su, veloce. Non ho tempo da perdere.

Mister F



New Orleans

Siete mai stati a New Orleans? No, ma che cazzo ne volete sapere di New Orleans. Se anche ci siete passati, avete sicuramente pensato alle cose sbagliate. Il jazz, sì. Ora ascoltano tutti il jazz. Bravi. Il Voodoo Garden di Marie Laveau, applausi. Avete comprato la bambolina con gli spilli? Il filtro d'amore ha funzionato? Avete scopato almeno quella notte? Io non vado più a New Orleans, ho visto i demoni e mi hanno fatta a pezzi, quasi morta, posseduta, con gli occhi girati e il cerchio di fuoco che urlava parole yoruba, e i demoni che mi dicevano Adesso muori. Invece non sono morta, non come intendete voi. Ma che ne sapete della morte. C'erano i serpenti e le galline e il male mi tirava da dentro verso il basso, con le ginocchia sulle pietre voleva risucchiarmi, le  mani e le gambe mi sprofondavano nella terra, e non riuscivo a resistere. È come quando la tentazione è una calamita, vi è mai successo? La pelle vi chiama, spinge da dentro, dice Vieni. La mia pelle dice Vieni da me. Ma sono un inganno del demonio, una trappola, una posseduta piena di formule nere. Chi resta, morirà. E forse questo è un segreto che non dovrebbe mai essere detto. Non sono più tornata a New Orleans, la strega dice I demoni erano già dentro di te. Non erano stati così forti finché il vaso dei mali non è stato aperto, la formula è stata detta e il cerchio è stato chiuso. I Loa mi hanno parlato all'orecchio, hanno marchiato col fuoco più parti del mio corpo e hanno tagliato gole in nome di Papa Legba, hanno detto Morirai più volte e la rinascita sarà dolorosa, nel sangue e nel pianto e Oshun darà il tuo nome all'acqua, questa sarà la tua natura, impossibile da prendere. Vieni da me per annegare, dice la mia pelle. Questo è tutto ciò che so di New Orleans.

Chicana


Lei

E’ lei, che piomba dal cielo come una saetta e brucia tutto intorno. Che scende in picchiata, aquila affamata di desiderio, e ti arpiona la mente rendendoti suo schiavo. Chi ti fa strisciare ai suoi piedi, osservandoti coma un dio capriccioso in una giornata senza memoria. E tu strisci, ti fai strada nel fango, sperando che lei ripulisca la patina delle tue paure.
E’ sempre lei, che affonda le unghie nel cuore e lo annaffia col veleno della sua saliva. Che ti spreme come una spugna ormai inutile. L’ultima goccia ti saluta, e tu finisci tra i rifiuti. I tuoi rifiuti, alle sue richieste.
E’ ancora lei, che fa scarabocchi sulla tua anima. Scrive compiaciuta e poi ci ripensa, accartoccia tutto e ti getta nel fuoco. E così, foglio dopo foglio, la tua cenere inquina il mondo. Mentre il suo inchiostro ti entra sottopelle, come un tatuaggio. Così che tu non possa più liberarti di lei. Neanche quando se ne sarà andata.
E’ lei, la Parca che gioca coi tuoi fili. Arrotola e spiega, spezza e riannoda. Lei decide la trama della tua esistenza. Tu puoi solo imparare a convivere con il dolore.

Mister F


Strade

Vedo strade senza bivi, vedo bivi senza strade, tanta gente lungo i bordi, poca sulle barricate. Strade vecchie 'e cinquant'anni come la Salerno-Reggio, strade che son fatte male e strade che son fatte peggio. Strade di raccordo, strade di periferia, strade senza uscita, strade da "Maronna mia pienzaci tu!". Strade che non voglio fare più, strade grigie come il cielo di una notte senza il blu. Strade che costeggiano ville da miliardari, strade che attraversano quartieri popolari, strade di mignotte, di gente che fa a botte, strade rotte come il pianto di una madre nella notte. Strade che si sono prese i figli troppo presto, strade di pattuglie pronte a fare qualche arresto, strade in dissesto, strade condannate a incrociare altre strade. Strade che non danno resto. 
Strade in overdose e in astinenza, strade zeppe d'opinioni... e strade senza, strade di Resistenza, strade dove inizia ad albeggiar, strade con le scarpe rotte eppur bisogna andar. Strade da percorrere all'indietro, dure come roccia e in frantumi come vetro, e metro dopo metro ricordarsi dei ricordi, strade per gente per bene e strade per balordi. Strade di evasione ed elusione, concussione e corruzione, di progetti e delusioni. 
Strade d'immigrazione, disperati sui barconi degli scafisti, strade di fascisti in doppiopetto e di leghisti.

Kuzjah


I.G.U.S.

Non era la Route 66. Era la via Emilia. E faceva caldo, un caldo boia. Quello appicicaticcio di metà luglio, con le zanzare che dalle roggie salivano a sorseggiare sangue fresco, gioioso, ricco di ormoni. Erano sempre le 14, mai un minuto prima, mai un minuto dopo.

Ci si puntellava alla “ciambella”, uno spiazzo mattonato nel bel mezzo del parchetto comunale. Il tempo era solitamente giusto. Quello delle canne e delle bestemmie aggratis. Delle vacanze estive e dei parenti da andare a trovare. Si arrivava sgommando e scarenando. La sigaretta accesa in bocca, il casco allacciato sul braccio, i capelli sconvolti e raccolti in una coda. Il coltellino nelle tasche dei jeans a pizzicare un pò, ma necessario perchè le battute di caccia erano in qualche modo aspre.

Volavano battute e apprezzamenti volgari, poi si schizzava insolenti. In batterie da tre o quattro bikers. Un rosario di giovanotti lungo la strada, ben allineati ai semafori. I bicipiti pulsanti al ritmo della marmitta. Era la banda dei “minchia oh!”, con la miscela in perenne riserva e la catenina d’ora sopra la maglietta. Il sole delle alpi sferzava i bolidi riccamente gommati. Il mondo era alla portata di un rutto.

La provinciale squamava come burro fuso, i capannoni industriali preannunciavano l’età del lavoro coatto, provocando una sequela di sensazioni che spaziavano dal mal di testa alle flautolenze impertinenti. Bisognava arrivare presto. E bisognava arrivarci da fighi. Alle fighe. Con tutta la sfrontatezza dell’essere sottoproletari adolescenti, reietti delle case popolari, ma con un solo obiettivo: da tamarri, correre più veloci del vento!

Orofino