Fine turno

Notte di lucciole e cingiali
Alla stazione
puzzo di vomito
gasolio
e suoni di sirene.

Sono ormai schiacciato
Dal torpore
Fermo, indomito
Da solo
E muoio in belvedere.

Aspiro a denti stretti
Fumo nevrotico alla gola
Ascolto forti i loro rutti
Nel petto il sangue mi consola

Rompono le mie ossa
Come bottiglie di vetro
C’è solo rabbia, senza fossa
Per questo povero e inutile negro.

Fade




Serie e composte riflessioni sul momento del trapasso

Ho sempre immaginato come me ne sarei andato. Come sarebbe stato il mio estremo saluto a questa cazzo di sfera ricoperta di merda fumante che chiamiamo mondo. Insomma, la mia uscita di scena. C’è chi se ne va nella rabbia, chi in silenzio. Chi si annuncia con garbo e chi invece non se ne vorrebbe andare mai.
Io penso che arrivato al capolinea, quando finalmente sarò pronto per spogliarmi di questa vita scomoda che mi sta sempre stretta – soprattutto il cavallo che ogni tanto mi schiaccio una palla e tiro giù un santo a caso – sarò pronto a dare sfogo a quello che è rimasto di me.
E allora me la vedo, laggiù, la bara. Semplice, senza fronzoli che non ne vale la pena spendere tutti quei soldi. Me le vedo, le faccio rigate dal pianto di coccodrillo. Quelli che soffriranno veramente li riconoscerete perché non piangeranno. Coveranno tutto dentro, come faccio io. Terranno gli occhi su di me senza voler incrociare quelli degli altri. Mi faranno entrare in una chiesa – rischiando di farla crollare – e il prete dirà tante cose carine su di me, lui che mi ha conosciuto solo da morto. Chissà quanto può raccontarti un cadavere, padre.
Poi arriverà la benedizione e lì finalmente partirà lo scherzo finale. L’ultima burla di questa buffonata che chiamiamo vita. Si aprirà una crepa sul pavimento, la mia salma verrà inghiottita e subito dopo riemergerà, sorretta da quattro gorilla in smoking. Getti di fumo riempiranno le navate e la gente comincerà ad tossire. I vecchi stireranno le zampe e gli altri assisteranno alla mia gloria personale. Uomini e donne nude correranno intorno al feretro urlando frasi sconnesse. Partirà l’orgia del secolo donne con uomini donne con donne uomini con uomini e tutti si strapperanno le vesti perché capiranno che tutte le fatiche di una vita avranno il suono e l’odore della scorreggia di un cane quando ce ne andremo. Fontane di luce di tutti i colori bucheranno il soffitto e il cielo sarà di tutti i colori possibili. Non sarà un tenero arcobaleno ma una serie di orgasmi di vernice che schizzeranno come geyser strafatti di crack.
Poi arriveranno le cannonate. Un esercito infinito di bocche da fuoco annunceranno che quel coglione di Mister F ha tirato le cuoia e la vita passa via come un sorso di birra calda che lo sputi per terra e getti la bottiglia nella campana del vetro. Non perché vuoi fare la raccolta differenziata ma perché ti piace il rumore del vetro che va in frantumi. Accumuleremo vetro su vetro e tutto andrà in frantumi quando la stupida rincorsa della vita si schianterà contro un muro con sopra scritto GAME OVER – GRAZIE PER AVER GIOCATO.
I cannoni saranno sempre più veloci e violenti e vi saluterò con un tripudio di peti e polvere da sparo. Il cielo verrà oscurato dal fumo scintillante di mille colori e le stelle guarderanno con sdegno orde di esseri umani nudi e ubriachi che urleranno il nome degli dei pagani per avere una benedizione falsa come una banconota da ventisette euro.
La chiesta, il sagrato, il quartiere, la città salteranno in aria e mentre i leoni faranno sesso con gli agnelli, l’eco della mia risata tuonerà tra le macchine in coda, le file alla posta, le proteste degli onesti e le pretese dei figli di puttana.
L’ultima fiammata dei cannoni brucerà il velo dell’ipocrisia e tutto si rivelerà per quello che è: una ridicola messa in scena. Dove spetterà al defunto la battuta finale.
CI VEDIAMO DI LA’, TESTE DI CAZZO.

Mister F


Why Aye Man

Partì da un luogo imprecisato del mondo. Talmente confuso tra i pensieri che non se lo ricorda più.
Andò in Francia, a mangiare baguette e bere vino. Imparò ad avere quell’aria da saccente parigino e cominciò a scrivere poesie etiliche. Si perse tra torrenti di vino rosso e sogni pieni di signorine che ballano il can can. Alla fine, non trovò un senso in quello che faceva. Si rivolse ad un francese dicendo “Forse questa non è la mia terra”. Si sentì rispondere “Why Aye Man”.
Allora se ne andò in Inghilterra. La mattina scaricava casse al porto di Londra, scatarrando in acqua e bestemmiando come un italiano. Il pomeriggio vedeva il rugby, urlava e beveva birra fino a stare male. Litigava con il cielo che era sempre grigio e non voleva dargli mai una gioia. Alla fine, non trovò un senso in quello che faceva. Si rivolse ad un inglese dicendo “Forse questa non è la mia terra”. Si sentì rispondere “Why Aye Man”.
Allora se ne andò in Spagna. Si svegliava alle dieci e cenava alle ventidue. La notte e il giorno si mescolavano e la corrida era una cosa orribile. Un matador sbagliò il colpo di grazia e il toro cominciò a vomitare sangue viola come la sangria. Fece sesso a ripetizione, come se dovesse infrangere un record. Alla fine, non trovò un senso in quello che faceva. Si rivolse ad uno spagnolo dicendo “Forse questa non è la mia terra”. Si sentì rispondere “Why Aye Man”.
Allora se ne andò in Ungheria. Imparò a suonare il violino nei ristoranti e a rifiutare gli inviti delle ragazze che vogliono bere con te in quei pub sotterranei dove non esci con le tue gambe. Divenne un grande artista di strada ma quelli del posto non erano d’accordo e il loro dissenso aveva il sapore del sangue pisto in bocca, dopo una serata di destri e sinistri. Alla fine, non trovò un senso in quello che faceva. Si rivolse ad un ungherese dicendo “Forse questa non è la mia terra”. Si sentì rispondere “Why Aye Man”.
Allora se ne andò in Italia. Imparò a cucinare come si deve e si ubriacò di cultura sepolta. Poi vide i discendenti di Moravia, Svevo e Calvino cominciare le frasi con “se io sarei” e gli venne voglia di bestemmiare come un inglese. Vide la guerra tra poveri, il traffico, i fornai vuoti e le file davanti al supermercato per l’ultimo modello di smartphone. Alla fine, non trovò un senso in quello che faceva. Si rivolse ad un italiano dicendo “Forse questa non è la mia terra”. Si sentì rispondere “Why Aye Man”.
Allora se ne andò in Germania. Imparò a costruire e a mangiare crauti. Si sentiva al centro dell’Europa e tutti dovevano rispettarlo, ma poi pensò che c’era uno che la pensava così e ha messo a ferro e fuoco tutto quanto e ha gettato le persone nei forni e nelle camere a gas. Alla fine, non trovò un senso in quello che faceva. Si rivolse ad un tedesco dicendo “Forse questa non è la mia terra”. Si sentì rispondere “Why Aye Man”.
Ad un tratto si fermò. Era stanco, saturo di luoghi comuni e gli mancava la sua terra natia, anche se non se la ricordava. Allora se la immaginò. Al posto del deserto mise un fiume, al posto dei palazzi semidistrutti mise dei casolari con gli orti e le fattorie. Al posto dei carrarmati mise carrozze guidati da tizi gobbi e taciturni. Al posto delle bombe, fece piovere sulla sua terra una pioggia che sapeva di fragola e lampone.
Poi si rese conto di aver esagerato con l’immaginazione e pensò “forse questo non è il mio mondo”. Le bombe fischiarono nella sua testa e gli risposero “Why Aye Man”.

Mister F



A Yaser



Yaser è morto a Gaza. Ucciso dall'esercito di occupazione sionista. Ed era un amico di Chicana, la nostra scrittrice. Chicana ha scritto questo post per lui, e per tutti noi.
Per la prima volta nella storia di Radio Sabotag, un post non verrà accompagnato dalla musica. Ci sarà solo silenzio
.

《Quando ti avvicini, mi metti l'hijab sulla testa Così è più sicuro. All'entrata dell'appartamento: passaporto italiano mi guardano gli occhi - Bugiarda ma puoi passare. Ti cammino dietro e non diciamo una parola, nessun corridoio mi è mai sembrato così lungo, il soldato alle nostre spalle ci intimidisce con il fucile: sorrisino, ammiccamento. In fondo sono tutti uguali. La stanza è piena di gente con la tosse, stanno seduti con la kefia al collo e la sigaretta sull'orecchio con tutta la vita in un borsone e dicono Ci stanno sterminando. La morale buonista gli fa a pezzi le case e gli ammazza i genitori, ma chi sono? Quello con gli occhi neri e l'orecchino, lo vedi? Ha 31 anni e ha recitato in un film, una cosa da niente, però chissà magari un giorno. Dai, togli l'hijab. Ci sediamo, gli altri fanno posto: voi vi baciate. Tu e lui, mezzo metro di lingua e due erezioni. Vuoi fumare? Il mondo fa sempre più paura, non c'è pace da queste parti, con queste facce, il sesso tra due uomini neanche a parlarne. Come glielo spieghi che noi amiamo tutti? Anche questo è un talento. Il nostro. Il narghilé dice: tieni la mente molto molto molto aperta. Soprattutto quando andiamo al campo, portiamo le medicine. Ma lei non può venire. Io? La maggior parte di queste persone è islamica quindi le donne no: lo dicono i marinai. Metti l'hijab altrimenti è impossibile camminare per strada senza che ti violentino, non basteranno dieci di noi a difenderti, e te lo saresti pure meritato. Dicono. Prendo le borse con gli antipiretici, pesano, mi fa male la spalla, la strada è lunga e piena di sassi, i miei piedi non hanno mai sopportato bene le scarpe. I soldati guardano, ogni occhio è una promessa o una minaccia, non gli sfugge niente (o sì?). La gente non si fida, hanno bisogno ma non d'affetto, gli dico che ho avuto fame anche io ma loro vogliono lenzuola pulite, preservativi, visita ginecologica una volta al mese. Fanculo la tua amicizia da quattro soldi - che presuntuosa! Mi siedo, sono come voi. No, sei bianca. Nessuno ti spara per il tuo colore - però a Las Vegas il croupier diceva Niente italiani, italiani mafia. Non è la stessa cosa. Tu fai foto dappertutto, anche appeso agli alberi perché sei bello come loro. A questa gente non frega della mia faccia, se mi sono depilata, se ho lavato i denti. Vogliono i documenti per la Francia o la Danimarca, attaccati al cazzo tu e l'esistenzialismo. Vogliono una casa e il cellulare, arrivare a domani, pagare le tasse o decidere di evaderle. Fanno così con le mani come a dire Che offri? Ho portato la mia opinione sulla giustizia sociale e le leggi razziali. Brava, mettitela nel culo. Sono anche informata sulla storia e la politica estera dell'Occidente. Si mangia? No. Venite a casa mia, raccontatemi di voi. Non sanno che dirmi, mi sembra lo zoo: io li guardo che mi guardano e dico Ecco le mie noccioline, amo gli animali. Come sono evoluta, un pokemon di terzo livello. Non sai niente di te finché non sei stato con qualcuno che ha perso tutto, quando i tuoi "io quella volta" hanno smesso di avere senso e fanno solo ridere, in confronto. Quando da tre giorni non hai acqua e non puoi lavarti ma soprattutto non puoi bere, quando la luce è solo quella del sole perché l'elettricità non l'hanno ancora concessa. Se hai fatto la brava forse te la portano a Natale.》

Chicana

Atocha

Il perimetro e le pareti sono azzurre. Un mare duro come la realtà, che ride in faccia alle promesse. Dall’alto dicono che avrebbero difeso la vita, quaggiù invece l’hanno persa. In tanti. Puoi fare l’appello, se vuoi. Ci sono nomi e cognomi, tra le due porte di ingresso. Puoi fare l’appello, tanto non ti risponde nessuno. Sono saltati in aria insieme alle parole che escono dalle bocche blasonate, le stesse che mangiano grazie ai soldi degli sceicchi. Quelli che poi le bombe le danno ai cani sciolti, che poi a loro volta le vanno a mettere sui treni e il cerchio si chiude. Boom. Arrivederci a mai più.
Al centro c’è una cupola di tela, piena di dediche fatte da chi l’orrore probabilmente non l’ha mai visto, se non dietro a uno schermo. La tela ha due strappi, uno in cima e l’altro laterale. I vetri che dividono la stanza azzurra dal corridoio dove passano i vivi sono curvi, bombati. Come se ci fosse una forza che preme da dentro. Ci sono anche un paio di crepe sul pavimento, appena entri. Sembra che ogni giorno in quella stanza le esplosioni si ripetano, ma rimangano circoscritte. Come se si potesse contenere il male. Costruire un’incubatrice dove isolare la morte. Così al di fuori la gente può continuare a vivere, senza aver paura di ritrovarsi spalmata su un cartello che dice “Dirección Hospital Infanta Sofía”.
Lì dentro, nel silenzio, è quasi impercettibile l’eco delle urla di Marzo. La cupola regala i rumori della superficie. Lassù, la vita prosegue. Le automobili passano e la gente torna a casa, davanti alle televisioni, dove quelli in giacca e cravatta dicono che sconfiggeranno i cattivi con i turbanti in testa. Poi però, quando la telecamera è spenta, il cattivo con il turbante stacca un bel assegno.
Gli affari vanno una bomba. Mentre la gente, quaggiù, se muere.

Mister F


Dazio di sangue

Sembra che non possa esserci serenità senza mediocrità. L’unico modo per tirare un sospiro di sollievo sta nell’adagiarsi su un letto di letame chiamato ordinarietà. Siamo in una gabbi di filo spinato e chi cerca di uscire per scoprire cosa c’è al di là del ferro è destinato a sanguinare. Nessuna ora d’aria, il premio per buona condotta consiste in una cella più comoda. Dentro c’è tutto ciò che serve, dunque perché uscire? Perché voler essere di più?
C’è una voce che mi dice che da lontano si vede meglio. Ti accorgi di cose che non puoi notare quando hai il naso schiacciato sul vetro. E allora via, allontanati da tutto, vedrai che bella prospettiva laggiù. Ma per arrivarci, devo attraversare il recinto. Devo pagare il mio tributo di sangue. I mediocri lo vogliono, fino all’ultima goccia. Volete il mio sangue? Lo avrete.
Mi trancerò via una mano con un colpo di accetta e userò il braccio come un idrante. Disegnerò cazzi di sangue sui vostri muri. Sangue sui palazzi, sulle strade, sui sagrati delle vostre belle basiliche. Ve lo farò ingurgitare e vi attaccherò le mia malattie. Globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e virus. Tutto dentro di voi. Su, da bravi, tappate il naso e buttate giù. Se sopravviverete, diventerete come me. Avrete voglia come me di oltrepassare il filo spinato. E chiunque voglia unirsi a noi, non dovrà fare altro che seguire la scia di sangue.

Mister F



Il demone

A volte mi sveglio con un demone accanto.
Ha la faccia molle ed è vestito di blu. Non mi hai mai detto il suo nome.
Quando apro gli occhi e lui è lì, lo sento accarezzarmi la testa con una mano e bloccare ogni mio movimento con l’altra. Mi incatena al letto in una morsa dolce, e io non faccio niente per liberarmi.
Quelli sono giorni che non hanno un inizio, ma solo una lunga fine.
«Perché non mi hai mai detto come ti chiami?» gli ho chiesto oggi.
«Perché non me l’hai mai chiesto» risponde. «Vuoi farlo ora?»
Cerco di decifrare la sua espressione, celata dietro la penombra della stanza. L’aria profuma di una cenere antica, qualcosa che forse un tempo era qui ma oggi non c’è più.
Penso di fargli quella domanda, e già la lingua sta per muoversi costretta dalle sinapsi.
Ma poi cedo sotto le sue carezze e mi abbandono al più profondo dei sonni.
Che senso ha, dopo tutto?

Pseudo


Freddo

Freddo.
Freddo che te lo senti in gola, nelle ossa. Freddo che te lo senti ovunque. Freddo che ferma ogni cosa, che trattiene, che conserva e non fa andare avanti. Freddo che non senti più nulla, freddo che brucia. Freddo che tremi, che ti sembra di avere le convulsioni. Freddo che non digerisci, che il cibo ti marcisce dentro e magari ti torna su ed è come se non hai mangiato. Freddo che il frigo si è rotto e ora congela tutto. Freddo che ogni cosa è nel ghiaccio, che è tutto appiccicato e non si stacca. Freddo che si attaccano anche le dita e per staccarle va via la pelle e a volte anche la carne. Freddo che non ti arriva più calore, che è tutto immobile anche dentro di te. Freddo che hai raggiunto le zero sul termometro e lo zero emotivo. Freddo che tutto rimarrà sempre così, che non cambierà mai. Freddo che ormai ho capito come funziona, basta combattere contro i muri. Freddo che questo muro divide però mi tiene anche al riparo e allora non lo scavalco. Non provo neanche ad abbatterlo o a girargli intorno. Freddo come la schiena quando la appoggio al muro e fischietto. Freddo che te lo senti tutto intorno ma ormai non fa molta differenza con me. Freddo che adesso quasi quasi mi piace. Freddo come il Natale che è bello, che c’è la neve e vedi i parenti e fai le tavolate e questo abbacchio è troppo buono. Freddo che a te ti voglio bene ma a quell’altro un po’ di meno quindi è meglio se stai con me. Freddo che tanto alla fine la storia si ripete, il ciclo ruota, il giro giro tondo che casca la terra e quando mi ritrovo giù per terra decido di non rialzarmi. Freddo così freddo che mi infilo nel sacco a pelo e dormo qui per terra.
Buonanotte.

Mister F


Pioggia

Piove.
Ti butti in strada senza ombrello. Vuoi sentirla in faccia, sui vestiti. Vuoi sentire l’acqua che ti entra ovunque. Vuoi lavarti da una macchia che non ti lascia. Un alone del genere non va via con la pioggia perché ce l’hai dentro. Allora apri la bocca verso l’alto e ingoi la pioggia. Ne bevi quanta più possibile, magari riesci a lavarti dentro. Ma non è acqua che lava. E’ umidità che viene dalla terra. E la terra è sporca, pregna di sangue e veleno. Millenni di scorie, cadaveri marciti e divenuti cibo per vermi. Corpi che hanno portato lo schifo degli umani nella terra. Ora la terra è piena di bassezza umana. L’umidità la assorbe, sale in cielo e diventa pioggia amara. Pioggia di rimprovero. E’ un circolo vizioso. Il cielo piange per quello che ha visto accadere in terra. Abbiamo anche violentato le nuvole con i bombardieri che sganciavano morte a tonnellate. Abbiamo stuprato qualsiasi cosa. Il cielo vomita acqua che non lava. Piove sulla nostra mediocrità, sulle nostre teste chiuse a guscio. Piove sulle lame che ci infiliamo sulla schiena, sulle pallottole che ci bucano i muscoli e le ossa. Piove sulla rabbia che ci tiriamo addosso, sui gusci che ci siamo costruti. L’acqua non ci bagna e se ci bagna non si nota. Perché siamo aridi, deserti senza oasi. Bollenti alla luce del sole ma gelidi di notte. Piove sulle nostre scelte infelici, sui vetri che ci dividono dagli altri. Il nostro fiato fa condensa per un attimo, poi scompare. Siamo vivi? Esistiamo? Nella pioggia è difficile capirlo. Non ne hai la certezza. Piove sui nostri occhi che non vedono più oltre. Il cielo piange la nostra miseria. Puoi vedere le sue lacrime? Sono tante e non si fermano. Prova a cercarti nella pioggia. Se ti trovi, allora forse ti salvi.
Forse.

Mister F



Vento

Tira vento.
Muove tutto, scombina i piani. Pensavi andasse in un modo invece poi arrivata una folata di vento e tocca ricominciare. Il vento si porta via i castelli di carte, i castelli di sabbia, i castelli di buone intenzioni. Il vento porta a passeggio le chiacchiere, i pettegolezzi. Il vento soffia sulle lingue biforcute e sulle bocche farcite di promesse. Il vento te le tira fuori. Da domani sarà così, da lunedì comincio la dieta. Poi passa il vento e tutto scompare. Il vento mi spintona, è un bullo. Dovrei contrastarlo, dovrei stare in posizione neutra. Me l’hanno insegnato a teatro. Metti i piedi paralleli, larghi più o meno come le spalle. Pieghi le ginocchia e rilassi le spalle. Così quando arriva il vento non ti sposti. Io invece ho i piedi piatti, le punte dirette alle dieci e dieci. Dondolo come un sacco da boxe, mi muovo come quei pupazzi gonfiabili dei saloni di automobili all’aperto. Dove fischia il vento e sembra che ti chiami, ma in realtà ti sta prendendo in giro. Fischia e poi si gira.  Che vuoi? Mica ti ho chiamato. Il vento poi si ingrossa, gonfia il petto, allarga le spalle. Le sue, le tue rimangono rilassate. Il vento diventa forte, diventa tempesta, bufera. Il vento si porta via tutto. Gli ideali, i giuramenti. Puoi gridare quanto vuoi, tanto nel vento non ti sente nessuno. Ti torna tutto in bocca e se gridi troppo forte ti si sloga la mascella e il vento si porta via pure quella. Rimani con la lingua penzoloni, una bandiera bianca che si arrende alla forza del vento. Perché è il vento a decidere, tu puoi farci ben poco. Quello che puoi fare è accettarlo prima di ritrovarti nell’occhio del ciclone. Prepararti alla tempesta che spazzerà via tutto. Porterà via tutte le parole senza sostanza, quelle senza ganci a cui aggrapparsi. Porterà via tutto il superfluo, finché non rimarrà solo ciò per cui valga la pena respirare.
Understand, it’s time to get ready for the storm.

Mister F



La Pompa

Sorge l'alba ed è mattino,
ci vorrebbe un bel pompino.
Forza cara, sia un buon giorno!
Metti le tue labbra intorno
e deliziami il cazzone
prima della colazione,
fammi una pompa amor,
fammi una pompa amor.


Quando è pomeriggio invece
posso sol farti una prece?
Mentre me lo prendi in bocca,
se la campana rintocca
e tu pensi ai sacramenti,
fammi sentire anche i denti!
Fammi una pompa amor,
fammi una pompa amor.


Il tramonto è l'ideale
per la pompa preserale,
fatta come aperitivo
mentre c'è il tg sportivo.
Il pompin può esser brutto,
basta che ti ingoi tutto!
Fammi una pompa amor,
fammi una pompa amor.


E infine giunge la notte,
quando tanta gente fotte,
ma noi siam sempre diversi,
un po' timidi e introversi.
Ci infiliamo il pigiamino
e poi tu mi fai un pompino!
Fammi una pompa amor,
fammi una pompa amor.


Setta del Cinghiale


Hamdulillah

Quando ti avvicini, mi metti l'hijab sulla testa Così è più sicuro. All'entrata dell'appartamento: passaporto italiano mi guardano gli occhi - Bugiarda, puoi passare. Ti cammino dietro e non diciamo una parola, nessun corridoio mi è mai sembrato così lungo, il soldato alle nostre spalle ci intimidisce con il fucile: sorrisino, ammiccamento. In fondo sono tutti uguali. La stanza è piena di gente con la tosse, stanno seduti con la kefia al collo e la sigaretta sull'orecchio con tutta la vita in un borsone e dicono Ci stanno sterminando. La morale buonista gli fa a pezzi le case e gli ammazza i genitori, ma chi sono "loro"? Quello con gli occhi neri e l'orecchino, lo vedi? Ha 31 anni e ha recitato in un film, una cosa da niente, però chissà magari un giorno. Dai, togli l'hijab. Ci sediamo, gli altri fanno posto: voi vi baciate. Tu e lui, mezzo metro di lingua e due erezioni. Vuoi fumare? Il mondo fa sempre più paura, non c'è pace da queste parti, con queste facce, il sesso tra due uomini neanche a parlarne. Come glielo spieghi che noi amiamo tutti? Anche questo è un talento. Il nostro. Il narghilé dice: tieni la mente molto molto molto aperta. Soprattutto quando Andiamo al campo, portiamo le medicine. Ma lei non può venire. Io? La maggior parte di queste persone è islamica e le donne no: lo dicono i marinai. Metti l'hijab altrimenti è impossibile camminare per strada senza che ti violentino, non basteranno dieci di noi a difenderti, e te lo saresti pure meritato. Dicono. Prendo le borse con gli antipiretici, pesano, mi fa male la spalla, la strada è lunga e piena di sassi, i miei piedi non hanno mai sopportato bene le scarpe. I soldati guardano, ogni occhio è una promessa o una minaccia, non gli sfugge niente (o sì?). La gente non si fida, hanno bisogno ma non d'affetto, gli dico che ho avuto fame anche io ma chiedono lenzuola pulite, preservativi, visita ginecologica una volta al mese. Fanculo la tua amicizia da quattro soldi - che presuntuosa. Mi siedo, sono come voi. No, sei bianca. Nessuno ti spara per il tuo colore - però a Las Vegas il croupier diceva Niente italiani, italiani mafia. Non è la stessa cosa. Tu fai foto dappertutto, anche appeso agli alberi perché sei bello come loro. A questa gente non frega della tua faccia, se ti sei depilata, se hai lavato i denti. Vogliono i documenti per la Francia o la Danimarca, attaccati al cazzo tu e l'esistenzialismo. Vogliono una casa e il cellulare, arrivare a domani, pagare le tasse o decidere di evaderle. Fanno così con le mani? Che offri? Ho portato la mia opinione sulla giustizia sociale e le leggi razziali. Brava, mettetela nel culo. Sono anche informata sulla storia e la politica estera dell'Occidente. Si mangia? No. Venite a casa mia, raccontatemi di voi. Non sanno che dirmi, mi sembra lo zoo, li guardo che mi guardano dalla gabbia e dico Ecco le mie noccioline, io amo gli animali. Come sono evoluta, un pokemon di grande livello. Non sai niente di te finché non sei stato con qualcuno che ha perso tutto, quando i tuoi "io quella volta" hanno smesso di avere senso e fanno solo ridere, in confronto. Quando da tre giorni non hai acqua e non puoi lavarti ma soprattutto non puoi bere, quando la luce è solo quella del sole perché l'elettricità non l'hanno ancora concessa. Se hai fatto la brava forse te la portano a Natale.

Chicana


Bambina in scadenza

Ma che bello il centro commerciale in una mattina di sole. Tutti che vogliono farsi il loro giretto, guardare - ma non toccare. Camminano insieme o da soli, che importa, manca poco a natale, vogliamo stare tutti tranquilli. Hai visto quella? Occhiolino, bacetto. Ridiamo tutti ché la vita è bella. Solo che a un certo punto. Puf, basta. Complimenti agli stronzi che arrivano sempre un attimo dopo su tutto, quando ormai - ops, c'est trop tard. Pensavi che funzionasse... come? Invece ti eri sbagliato, capita. E che sia proprio io a dirtelo come ti fa sentire? Il fallimento era in agguato. [L'errore disumano, la guerra dei mondi]. Non ti avevo detto che in borsa porto sempre un tirapugni? Non è per me, certo che no. Ah pensavi che volessi... non diciamo assurdità. Finisci il tuo giro adesso e non preoccuparti di nulla. Guarda se per caso ti serve qualcosa per arredare il tuo spazio di... quanto? 180 mq? Meno? Con quest'arredamento modulare da paesi nordici ormai si può fare di tutto - ogni posizione arriva con il libretto di istruzioni. Va bene per chiunque, c'è il metro per vedere di quanti centimetri è il tuo arredamento. Ma stai sereno, le dimensioni non contano: lo dicono tutte. Eppoi, ci vediamo fuori. Mi sembrava che volessi dirmi qualcosa, a forza di guardare, ti mancava solo la parola. Apri la bocca, grande grande e... gnam, te le presto io. Che bella giornata, miao. Mettiamo una canzone d'amore e buchiamo le gomme delle macchine, ti va? Ci vuoi venire con me? Sono una teppistella cocca di papà, ho un gancio da macellaio nella borsetta del trucco. Annusa, annusa - è sangue. Dammi la mano, ti dico un altro segreto: toccami qui. È una sparachiodi. Se sei un maniaco dei coltelli ti seguo in capo al mondo. Una volta prendevo lezioni di tiro con l'arco poi mio padre ha capito che cercavo di uccidere qualcuno e mi ha portata al poligono di tiro. Ok, ok, mi concentro: volevi prendere il divano? Lo specchio per il bagno? Ti ascolto. Se ogni tanto mi perdo è per l'ADHD, non serve che tu sappia di che parlo. Sono d'accordo che questi imbroglioni si mangiano il paese e sui discorsi in generale, sulle guerre e la fame, l'anarchia e il capitalismo, mi piace la tua faccia da supereroe. Ecco, se riuscissi ad essere sempre così bello ti amerei senza pensarci due volte. Ma poi quando devi comprare il cavo per l'antenna o i preservativi vorrei che morissi, e allora: (c'è qualcosa di profondamente distorto in te). È vero, scusa. Ma il tempo è un soffio, siamo qui solo ora e poi basta per sempre, scomparsi, mai esistiti - per cosa ti stai conservando? "E invece io che sono una bambina in scadenza..." ecc ecc. Andiamocene, tutto questo non ci serve.

Chicana



Come sempre

La verità è che i giovani si sono sempre annoiati. Altro che immaginazione e giochi fatti con quello che capitava. Si sono lanciati in guerra mondiali per non annoiarsi. Quando hanno finito le munizioni, sono partiti in viaggi psichedelici. Poi sono atterrati nella piste da ballo improvvisate dei rave party. Ora guardali: davanti agli schermi al plasma, sono abbacinati da immagini distopiche. Dicono di non volere, dicono di non sapere. Affidiamo alle loro spalle le fondamenta di un mondo nel quale fatichiamo a riconoscerci. Li sollecitiamo perché possano essere interpreti di una velocità al quadrato, ma poi centelliniamo consigli e rimpiangiamo sagre da stra-paese.

La verità è che non ne sappiamo poi molto. Fingiamo di poter distinguere il bene dal male, finiamo per mescolarli entrambi, offrendo cocktail di contraddizioni di cui facciamo incetta. Siamo la gioia dei terapeuti, il cordoglio dei librai. Li coccoleremo fino ai primi sintomi dell’Alzheimer, quando embolie e solitudini si sovrapporranno a festicciole e cotillon. Oggi insieme, domani chissà…

Orofino


Psicosi delle 4:48

Fa freddo di notte non dormi non dormi non dormi, la punteggiatura non sempre aiuta ma bisogna conoscerla per sapere come smettere di usarla, e la bocca sa di metallo arrugginito. Mmm, che buono. Non dormi, ma il bicchiere? Dov'è il bicchiere? Se è insonnia che almeno sia ben idratata, l'acqua sa di plastica. "E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto". Buio, buio ma illuminato dalle luci, nemmeno di notte ci si può scambiare i segreti, c'è sempre una luce di troppo - per i maniaci del controllo. Tachicardia  notturna appena ti alzi e fai le scale di corsa, ma il corpo sa che sei sveglio? "E guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te". Chiodo fisso, lo chiamano il pallino. Tu ce l'hai. Mica uno, tanti. Paranoia e compulsione, che brutto mix, da serial killer. Di sicuro non funzionerà, va bene solo per un bacio, una cosa così, con la lingua, facile da capire. E poi vi sentirete che tira da dentro ma lascia perdere, non è abbastanza intelligente per andare oltre. The black hole è troppo profondo, la vergognosa tela del ragno rimangiatela [scusami, non voglio farti questo]. Puoi fermarti, se c'è un momento giusto, è questo. "E non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo". Non sai cosa sia ma sai che non funziona, c'è qualcosa, parla la tua lingua ma non vi capite - qualcosa c'è. Sarebbe già successo, altrimenti [succede subito oppure mai]. Il pallino: rimbalza di continuo nella testa. Fai finta di niente ma sei il tipo di persona che certe cose le sa. Peggio per te. L'insonnia ti mangia un pezzo dal basso, forse un piede, mastica. Eviti i pensieri per non cadere nella trappola del buio, benissimo, abbiamo un attacco di vigliaccheria. A questo ci penserai domani, mh? Solo il sonno può salvarti dal pallino, e da tutto il resto. L'orologio si porta via le ore in modo vergognoso, senza pietà. Che schifo, un attimo fa era l'ora di cena e adesso sono le quattro di mattina. Quegli stronzi uccelletti tra poco inizieranno a chiamare il sole, c'è un suono più fastidioso di quello? Il tempo delle mele è finito, se mai c'è stato. "e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo". Non capisci? Il pallino ti tormenta, capisci sempre tutto ma questo no. L'anima irriducibile non lo accetta, non si ferma davanti a niente, brucia brucia brucia: ha fame. Gli animali sono stati sacrificati e le persone anche. La puzza di carne resta nelle pareti. Ma come si fa a dormire la notte? Hai sonno, a intervalli regolari. Non guardi niente, non fai niente. Non fai ridere né piangere - amabile nullità. L'ha detto Cíoran? Chi può dirlo. "E parlarti in un pessimo tedesco e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te". A quest'ora ogni pensiero è spappolato. Sposta i pensieri avanti di tre ore, la sveglia te li ripropone puntuali.

Chicana


Piccolo incidente interdimensionale

Non capisco come tu faccia a sentire la mia voce. Non dovremmo neanche sfiorarci.
Chi sono? Sono la consapevolezza. Sono il futuro rivelato. La conseguenza delle tue scelte. Sono il vento dell’avvenire che soffia in anticipo. Ma sono anche le orme che hai lasciato, il segno indelebile che hai lasciato nella linea temporale, ciò che è fatto e non può tornare.
Sono tutti i tuoi infiniti te. Dal primo vagito alla fine dell’esistenza. Sono tutte le infinite combinazioni delle tue decisioni. Sono lo specchio che riflette le tue versioni alternative. Sono il te che non ha mai lasciato la ragazza del liceo. Sono il te che non ha preso quel pullman sotto la pioggia. Sono il te che deciso di tradire gli amici. Sono il te che ha ucciso. Ma sono anche il te che si è salvato. Sono il te che è riuscito ad evitare l’incidente. Il te che ha insistito finché non ha vinto. Sono le lacrime che non hai versato e i sorrisi che ti sei negato. Sono tutti gli obiettivi acciuffati all’ultimo secondo e tutte le spugne gettate al primo tentativo. Sono il te che ha preso un’altra strada. Altre milioni di strade. Incredibili sequenze incrociate di possibilità, scorrono in me fiumi di incognite.
Potrei farti vedere tutto, ma tu sei un uomo. La tua mente non è progettata per contenere tutto questo. Hai posto per una sola strada. Uscire dai tuoi confini ti renderebbe pazzo. Non puoi scavare nell’abisso profondo della conoscenza. Il rimpianto e il dubbio chiuderebbero le fauci su di te, riducendo la tua anima a brandelli.
Dunque perché tu riesci a vedere la scia di luce che lascio nella trama dell’universo? Perché riesci a sentire l’eco dell’infinito che tuona nelle mie corde vocali?
Noi non dovremmo comunicare. Tu sei uno, io sono troppi. Troppe versioni di te popolano il Macroverso del “se avessi”. Non puoi conoscerle, il tuo cervello esploderebbe in un lampo gelatinoso.
Stammi lontano, se ci tieni a te. Ignorami, prosegui per la tua strada senza guardarti intorno. Inutile affrettare il passo. Dove tu vuoi arrivare, io sono già arrivato. Ho raggiunto anche ciò che stai evitando. Sono partito dal tuo stesso punto, ma ho percorso ogni strada. Io SONO ogni strada. Quindi allontanati da me. Continua dritto, senza fretta ma senza sosta. Una volta passato il bivio, non voltarti verso la biforcazione. Fa che le tue scelte siano irreversibili nel tuo animo.
Tu sei parte di me, ma non è tempo che tu mi conosca. Non finché sarai di carne. Per ora, rimaniamo come dovremmo essere. Perfetti sconosciuti.

Mister Tenant



Condanna a banda larga

L’aria si era fatta pesante, nel Grande Tribunale.
Le pareti altissime sembravano volersi chiudere sulle spalle dell’imputato, che ora tremava di fronte agli sguardi famelici della Grande Giuria dei Leoni da Tastiera.
L’Onnipotente Giudice, Dott. Ing. Guido Maria Alberto Faccialibro, teneva stretto in pugno il gigantesco martello blu, con il pollice alzata stampato su entrambi i lati.
L’avvocato difensore aveva fatto il possibile, esibendo documenti pieni di cuori e adesivi colorati. Ma la difesa sembrava prossima a capitolare, sotto la pressione asfissiante del popolo informato, reso potente dallo statuto del WEB (Welfare degli Eccellenti Beceri).
E’ vero, aveva sbagliato. Ma era in buona fede. Tutto era nato un banale malinteso. Può succedere. Le parole sono elementi affascinanti. Le combinazioni sono infinite e gli stessi elementi, se disposti in modi diversi o espressi in momenti differenti, posso assumere significati opposti. Il messaggio viaggia da una mente all’altra e il pericolo dell’interpretazione è dietro l’angolo. Il gioco del telefono ha fatto più vittime della malaria.
Tante condanne erano state giuste. Tanti colpevoli hanno rivendicato i loro crimini, senza rimpianto alcuno. Ma tante altre pene erano state assegnate per mancanza di confronto.
La giuria è implacabile. La giuria prende per buona la prima. Non torna indietro. Sente ciò che vuole sentire ed è pronta ad attaccare, a seconda del tipo di indignazione che la moda ci ordina di seguire.
C’era la stagione della salute, quella del lavoro, quella della politica e quella del sesso.
La giuria sente la prima voce che si alza dal coro e la osanna, senza se e senza ma. Senza documentarsi, perché documentarsi è una perdita di tempo. È deleterio. Il WEB ci dà tutto, non c’è bisogno di cercare, di scavare. La pappa è già pronta ed è buona.
Dunque, l’imputato è colpevole di qualcosa che non aveva in mente, ma che gli è scappato di bocca. Il martello di Faccialibro batte forte. Una, due, tre volte. I leoni ruggiscono, protetti dai monitor. COLPEVOLE! COLPEVOLE! COLPEVOLE!
A quel punto, il movente non conta più nulla. Il reato passa in secondo piano. L’importante è punire. Punire. PUNIRE.
Che la gogna abbia inizio! Che l’umiliazione lo accompagni per il resto dei suoi giorni! Che la violenza lo colga e lo spinga all’abbandono, all’isolamento, al suicidio!
..
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Beh, sperando che l’imputato non sia uno di quelli tosti. Di quelli che si ostinano a difendere le loro idee. Che vanno avanti, nonostante le condanne. Che credono nel CONFRONTO. Nel CHIARIMENTO. Nella COMUNICAZIONE. In quel caso, sarebbe una bella gatta da pelare.
Non esistono ancora martelli così grossi da riuscire a schiacciare coloro che, nonostante tutto, pensano ancora con la propria testa.


Mister Tenant