The third millennium race

Sono l’uomo del terzo millennio, e corro.
Il tempo è poco, le cose da fare troppe. Troppe.
Mi sveglio di corsa. Alle sette la sveglia, alle sette e dieci secondi in piedi. Comincio a camminare con gli occhi ancora abbottonati. Non c’è tempo per abituarsi alla luce. Latte e caffè. Anzi, solo caffè, che si manda giù prima. Bisogna essere svegli, pronti. Il mondo chiama, dobbiamo andare.
Mi lavo di corsa. Acqua, sapone, e si lavano via i ricordi della notte. L’ingombro dei pensieri lo buttiamo nel cesto dei panni sporchi. Su, su. Non c’è tempo da perdere.
Bisogna andare a lavorare. Produrre. Partecipare al profitto dell’azienda. Bisogna essere efficienti, veloci, concreti. Ma quale favore? Chi sei tu? Non mi interessa il nome, che reparto sei? Numero di matricola? Mai sentito. Non faccio favori. Io devo fare il mio. Tu devi fare il tuo. Fallo bene. Fallo veloce. Quantità e qualità.
Sono l’uomo del terzo millennio, e sono veloce.
Dopo il lavoro, si va in palestra. Mens sana in corpore sano. Tanti esercizi, che se ne faccio pochi, che ci vado a fare in palestra? Forza, animo. Su e giù. Ancora. Non c’è tempo per le pause, devo essere a casa per le otto.
Caspita, oggi c’è la lavatrice da fare. Forza, forza. Bisogna accelerare. Spingi quel pedale. Che si fottano i pedoni, dobbiamo andare a casa. Abbiamo cose importanti da fare. Non possiamo perdere tempo per gli altri. Dobbiamo arrivare prima degli altri. Dobbiamo arrivare primi.
La mail l’ho mandata? Devo lavare la macchina. Quella pratica deve essere pronta per domani. Il cane ha la visita. Devo partecipare a quel convegno. Altrimenti niente promozione.
Che cosa? Sentimenti? No grazie, ho smesso. Non ho tempo per quelli. Bisognerebbe fermarsi, respirare, riflettere.
Guardare negli occhi le persone.
Capirle.
Troppo complesso. No, non fa per me. Io devo pensare a me. Io non voglio essere, voglio fare. Riempire il vuoto con le azioni. Quante più possibili. Veloce, veloce. Ancora più veloce. Sono così veloce che posso volare. Guardami.
Sono l’uomo del terzo millennio, e volo.
Volo verso lo spartitraffico. Perché la macchina non frena? Mi sa che tra tutti gli impegni, ho saltato la revisione dal meccanico. Adesso è troppo vicino lo spartitraffico. Mi sa che vado a schiantarmi. Vabbè, però facciamo presto. Che ho da fare.
Come dici? Non esco vivo dalle lamiere?
Ah.
Caspita.
A questo non avevo pensato.
Ho vissuto così velocemente, da non pensare alla morte. Maledizione, che spiacevole imprevisto.
Vabbè, almeno speriamo sia sul colpo. Così mi sbrigo ad andare all’inferno. Che pure lì, avrò un sacco di cose da fare.
Su su, veloce. Non ho tempo da perdere.

Mister F



New Orleans

Siete mai stati a New Orleans? No, ma che cazzo ne volete sapere di New Orleans. Se anche ci siete passati, avete sicuramente pensato alle cose sbagliate. Il jazz, sì. Ora ascoltano tutti il jazz. Bravi. Il Voodoo Garden di Marie Laveau, applausi. Avete comprato la bambolina con gli spilli? Il filtro d'amore ha funzionato? Avete scopato almeno quella notte? Io non vado più a New Orleans, ho visto i demoni e mi hanno fatta a pezzi, quasi morta, posseduta, con gli occhi girati e il cerchio di fuoco che urlava parole yoruba, e i demoni che mi dicevano Adesso muori. Invece non sono morta, non come intendete voi. Ma che ne sapete della morte. C'erano i serpenti e le galline e il male mi tirava da dentro verso il basso, con le ginocchia sulle pietre voleva risucchiarmi, le  mani e le gambe mi sprofondavano nella terra, e non riuscivo a resistere. È come quando la tentazione è una calamita, vi è mai successo? La pelle vi chiama, spinge da dentro, dice Vieni. La mia pelle dice Vieni da me. Ma sono un inganno del demonio, una trappola, una posseduta piena di formule nere. Chi resta, morirà. E forse questo è un segreto che non dovrebbe mai essere detto. Non sono più tornata a New Orleans, la strega dice I demoni erano già dentro di te. Non erano stati così forti finché il vaso dei mali non è stato aperto, la formula è stata detta e il cerchio è stato chiuso. I Loa mi hanno parlato all'orecchio, hanno marchiato col fuoco più parti del mio corpo e hanno tagliato gole in nome di Papa Legba, hanno detto Morirai più volte e la rinascita sarà dolorosa, nel sangue e nel pianto e Oshun darà il tuo nome all'acqua, questa sarà la tua natura, impossibile da prendere. Vieni da me per annegare, dice la mia pelle. Questo è tutto ciò che so di New Orleans.

Chicana


Lei

E’ lei, che piomba dal cielo come una saetta e brucia tutto intorno. Che scende in picchiata, aquila affamata di desiderio, e ti arpiona la mente rendendoti suo schiavo. Chi ti fa strisciare ai suoi piedi, osservandoti coma un dio capriccioso in una giornata senza memoria. E tu strisci, ti fai strada nel fango, sperando che lei ripulisca la patina delle tue paure.
E’ sempre lei, che affonda le unghie nel cuore e lo annaffia col veleno della sua saliva. Che ti spreme come una spugna ormai inutile. L’ultima goccia ti saluta, e tu finisci tra i rifiuti. I tuoi rifiuti, alle sue richieste.
E’ ancora lei, che fa scarabocchi sulla tua anima. Scrive compiaciuta e poi ci ripensa, accartoccia tutto e ti getta nel fuoco. E così, foglio dopo foglio, la tua cenere inquina il mondo. Mentre il suo inchiostro ti entra sottopelle, come un tatuaggio. Così che tu non possa più liberarti di lei. Neanche quando se ne sarà andata.
E’ lei, la Parca che gioca coi tuoi fili. Arrotola e spiega, spezza e riannoda. Lei decide la trama della tua esistenza. Tu puoi solo imparare a convivere con il dolore.

Mister F


Strade

Vedo strade senza bivi, vedo bivi senza strade, tanta gente lungo i bordi, poca sulle barricate. Strade vecchie 'e cinquant'anni come la Salerno-Reggio, strade che son fatte male e strade che son fatte peggio. Strade di raccordo, strade di periferia, strade senza uscita, strade da "Maronna mia pienzaci tu!". Strade che non voglio fare più, strade grigie come il cielo di una notte senza il blu. Strade che costeggiano ville da miliardari, strade che attraversano quartieri popolari, strade di mignotte, di gente che fa a botte, strade rotte come il pianto di una madre nella notte. Strade che si sono prese i figli troppo presto, strade di pattuglie pronte a fare qualche arresto, strade in dissesto, strade condannate a incrociare altre strade. Strade che non danno resto. 
Strade in overdose e in astinenza, strade zeppe d'opinioni... e strade senza, strade di Resistenza, strade dove inizia ad albeggiar, strade con le scarpe rotte eppur bisogna andar. Strade da percorrere all'indietro, dure come roccia e in frantumi come vetro, e metro dopo metro ricordarsi dei ricordi, strade per gente per bene e strade per balordi. Strade di evasione ed elusione, concussione e corruzione, di progetti e delusioni. 
Strade d'immigrazione, disperati sui barconi degli scafisti, strade di fascisti in doppiopetto e di leghisti.

Kuzjah


I.G.U.S.

Non era la Route 66. Era la via Emilia. E faceva caldo, un caldo boia. Quello appicicaticcio di metà luglio, con le zanzare che dalle roggie salivano a sorseggiare sangue fresco, gioioso, ricco di ormoni. Erano sempre le 14, mai un minuto prima, mai un minuto dopo.

Ci si puntellava alla “ciambella”, uno spiazzo mattonato nel bel mezzo del parchetto comunale. Il tempo era solitamente giusto. Quello delle canne e delle bestemmie aggratis. Delle vacanze estive e dei parenti da andare a trovare. Si arrivava sgommando e scarenando. La sigaretta accesa in bocca, il casco allacciato sul braccio, i capelli sconvolti e raccolti in una coda. Il coltellino nelle tasche dei jeans a pizzicare un pò, ma necessario perchè le battute di caccia erano in qualche modo aspre.

Volavano battute e apprezzamenti volgari, poi si schizzava insolenti. In batterie da tre o quattro bikers. Un rosario di giovanotti lungo la strada, ben allineati ai semafori. I bicipiti pulsanti al ritmo della marmitta. Era la banda dei “minchia oh!”, con la miscela in perenne riserva e la catenina d’ora sopra la maglietta. Il sole delle alpi sferzava i bolidi riccamente gommati. Il mondo era alla portata di un rutto.

La provinciale squamava come burro fuso, i capannoni industriali preannunciavano l’età del lavoro coatto, provocando una sequela di sensazioni che spaziavano dal mal di testa alle flautolenze impertinenti. Bisognava arrivare presto. E bisognava arrivarci da fighi. Alle fighe. Con tutta la sfrontatezza dell’essere sottoproletari adolescenti, reietti delle case popolari, ma con un solo obiettivo: da tamarri, correre più veloci del vento!

Orofino


Benvenuti a Paradisonia

Quando arrivai a Paradisonia, mi accolsero a braccia aperte. Un esercito di sorrisi di plastica e tette al silicone. Erano tutti contenti, ma non sapevano perché.
Mossi i primi passi all’interno della città, guardandomi intorno con sguardo interdetto. Ville sontuose adagiate su chiazze di verde purissimo. Sogni fatti di mattoni rossi e grigi. Nessuno era invidioso dell’erba del vicino. Tutta l’erba era perfetta.
Mi portarono al Bar della piazza principale. Completamente spoglia di monumenti. Neanche una targa per ricordare qualche povero stronzo caduto in guerra. Poi mi spiegarono che da Paradisonia, nessuno era partito per la guerra. A Paradisonia, nessuno sapeva cosa fosse la guerra.
Entrai nel Bar e chiesi un amaretto con ghiaccio. Mi risero in faccia. A Paradisonia, nessuno sapeva cosa fosse l’alcool. Mentre mandavo giù a forza un succo d’arancia, provai ad infilarmi in qualche discorso. Fu in quel momento che le mie ginocchia tremarono.
Non erano vere e prove discussioni. Ognuno dava ragione all’altro. L’ambientalista diceva che dovevamo salvare la natura. E tutti gli davano ragione. L’emiro diceva che il petrolio era il futuro. E tutti gli davano ragione, anche quelli che due secondi prima l’avevano data all’attivista verde. L’animalista difendeva i diritti di cani, gatti, coccodrilli e anche dei due leocorni. E tutti gli davano ragione. Il vegano diceva che gli onnivori erano assassini. E tutti gli davano ragione. Il dietologo diceva che la carne doveva essere presente nella nostra dieta. E tutti gli davano ragione. Anche il vegano.
Tutti avevano ragione.
Poi magari, rinchiusi nelle loro case perfette, ognuno continuava a fare il cazzo che voleva. Ma tanto avevano tutti ragione, quindi i problemi non esistevano.
Quando mi resi conto della situazione, chiesi gentilmente al barista di accompagnarmi sulla terrazza dell’edificio, per fare una foto panoramica di quella bella città. Giunto in mezzo alle parabole della tv satellitare, che farciva di merda i crani della gente e li assicurava che “anche oggi, a Paradisonia, va tutto bene”, sentii il vento soffiarmi il faccia. Il vento, l’unica cosa ancora viva a Paradisonia.
Sotto gli occhi attoniti del barista, feci uno scatto in avanti e mi lanciai verso la piazza. Quella piazza dove non avevano messo neanche una fottuta fontanella, non sia mai qualcuno avesse avuto da ridire sullo spreco dell’acqua.
Splat! Finalmente una chiazza di sangue, in questa città perfettina del cazzo.

Mister F


Volubili tracce di fuoco

Al fuoco non si mente. Difficile sdoppiarlo o aspergerlo con carte tarocche. La mente si libera assottigliandosi come carta carbone mentre i volti fluorescenti di una filigrana dorata sfumano ogni imperfezione epidermica. Diventano morbidi i pensieri, si addolciscono felpati. Introducono  movimenti setosi, a tratti sapienti, con gesti che si ripetono millenari, quasi fossero il tocco misurato della terra in procinto di partorire uomini e nutrie.

Non c'è cattiveria innanzi al fuoco, come potrebbe essercene? Egoismi e invidie scoloriscono nel bitume nero della vita, serpenti luciferini soccombono sotto il piede della Vergine. Ci si ammanta del calore contadino e alle parole pronunciate per ferire si preferiscono comprensibili silenzi che non ammettono interruzioni.

Il fuoco espelle il tempo, tutto il resto rappresenta una consistente fetta di inutile minuteria. La fisica e la biologia brillano nella brughiera e gli orologi resettano i rintocchi: con le mani si pettinano i capelli una, mille, un miliardo di volte.

Guizzi sulla brace, legna tosta che arde in un pingue amplesso d'amore, il camino - tac bum bam - eleva al quadrato i ricordi. L'ambiente è pura metafisica cui guardare assorti in attesa che anche l'ultima scintilla ascenda al cielo. E al tizzone, in lenta agonia, vengono affidate preghiere di vita in cui si contaminano prodromi di morte

Orofino


Trattate da femmine

Ci sei mai stato in un macello? C'è sangue, solo quello. Sangue e odore di sangue. Ci sono gli animali spellati come pannocchie e gole tagliate e occhi morti e coltelli e gente che per vivere fa a pezzi carcasse. Ti dico che per aprire una vacca ci vuole la mano, come anche per spingerla in salita o per metterle il braccio dentro e inseminarla, a forza, ripetutamente, che se non lo sai per fare il latte bisogna che prima abbia dei piccoli per cui produrlo. E i piccoli nascono, a forza, ripetutamente, ma il latte non lo avranno mai. E tu continui a fare dentro e fuori con quel braccio per mettere semi, tirare latte, curare mastopatie. Le femmine funzionano allo stesso modo in tutte le specie, mica puoi metterle incinta e tirare latte e aspettarti che non succeda niente. Non essere così ingenuo. E se non figlia o non riesce a fare più il latte, puoi sempre usarla per la carne. Quando l'utero è sfondato o sono troppo usate, non puoi credere che basti la Nona di Beehetowen per fare rilassare. Devi essere gentile, farle a pezzi dicendo al loro orecchio parole dolci. Accarezzarle sul culo un attimo prima di sparare in fronte, dritto al centro, e prendi bene la mira perché la seconda occasione è da perdenti. Sono come tutte le altre femmine, puoi ucciderle ma per favore lascia stare la morale della vittima. Davvero, non serve. Basta qualche parola, con il tono giusto, lo sai fare sicuramente. E solo allora puoi affondare il colpo, dire Ti piace così? Vedrai che funziona, è una ricetta millenaria. E, dopotutto, è stato Cioran a dire che le donne sono amabili nullità. Mica io. C'è una verità superiore che non c'entra niente con il femminismo e tutte queste stronzate come farsi crescere i peli sotto le ascelle e nemmeno con "quelli che hanno letto tutti i libri ma non sanno che vuol dire vomitare in autogrill", faceva così la canzone, no? Ascolta il cuore, non sbaglia mai.

Chicana



Dall'altra parte

Avete mai provato a fare un salto dall’altra parte? A capovolgere il punto di vista? Prima di aprire bocca, o di intraprendere un’azione, avete mai immaginato le conseguenze immediate?
Non sto cercando di fare sciocchi moralismi. Dico solamente che c’è modo e modo di dire o fare qualcosa. E quelle che ci sembrano sfumature insignificanti, possono cambiare tutto.
In ognuno di noi c’è luce e oscurità. La nostra posizione tra esse varia di giorno in giorno. Ognuno di noi può essere il migliore degli eroi e il giorno dopo trasformarsi nel più viscido dei bastardi. E quando un pensiero passa attraverso la mente e arriva alla bocca, questa sceglierà parole diverse, a seconda di quale posto occupa in quel preciso istante la nostra coscienza. E parole diverse, causano reazioni diverse.
Prima di agire, pensate sempre a dove siete, dentro di voi. Se avete intenzione di contribuire, o volete solamente offendere. Provate a pensare se chi riceverà le vostre parole e azioni, si sentirà spronato a confrontarsi o avrà solamente voglia di mandarvi affanculo.
Ogni tanto, fate un salto dall’altra parte. Fuori e dentro di voi. Scoprirete cose che vi lasceranno a bocca aperta.

Mister F


Floyd il barbiere

Serviva un barbiere. Per dare un taglio netto a tante cose, non solo ai miei capelli. Quei capelli che spettinavano il vento, indomabili come una mareggiata. Capelli senza un perchè, senza un'idea chiara, confusi e contorti nel modo di porsi.
Serviva un barbiere veloce con le forbici. Svelto di mano e di pensieso. Uno che sapesse il fatto suo, cresciuto nella bottega di qualche barbiere vecchio stampo, lontanto anni luce dai cosiddetti "parrucchieri da uomo", attenti all'ultima moda lanciata da uno sfigato in tv o da qualche miliardario in pantaloncini.
Serviva un barbiere che sapesse usare la macchinetta come il rasoio. Tagli netti e decisi. Omogenei. Tagli che conoscono la differenza tra equilibrio e moderazione. Un po' come me, che sono forse equilibrato, ma di certo non sono moderato. La moderazione è un lassativo: fa cagare. Con la differenza che non aiuta, non pulisce, non purifica. Non fa un cazzo. La moderazione, sappiatelo bene, non fa un cazzo. Si limita a gestire. A pettinare. A render liscio ciò che è crespo e ad arricciare un po' ciò che è piatto. La moderazione è roba da parrucchieri, mentre a me...
Serviva un barbiere. Uno che tagliasse a zero le mie cicliche insoddisfazioni. Il rischio che diventino croniche è sempre in agguato, come un gol preso in contropiede dopo una partita dominata. Ogni tanto bisogna rasarle. Farle cadere sulle nostre spalle, poi a terra. E spazzarle via, buttarle nell'immondizia. Tanto ricresceranno, si sa. E allora servirà un'altra volta un barbiere, a meno che...
A meno che non saremo diventati barbieri. E allora le insoddisfazioni se la vedranno direttamente con noi. Rasoio in mano.

Diego Runa


Europa

Europa è un sogno finito male.
Europa era una bellissima idea. Era la culla della cultura, il crocevia dei popoli. C’erano le lingue, gli usi e i costumi da far conoscere. Gli scambi e i confronti. Come il Sacro Rituale della Sabbia. Terre con colori diversi che si riversano nella stessa ampolla, formando un'unica terra con identità amalgamate ma ben distinte tra loro.
Europa oggi sono chiacchiere da salotto. Sono proclami politici che fanno da scudo ad un cancro centralizzato. Strozzinaggio legale da parte di un club di bancari marci. Il peggio di ogni Paese riunito nella stessa stanza. Fantocci incravattati che violentano le loro bandiere con un cazzo finto fatto di banconote. Una banconota che avrebbe dovuto unire, abbattere barriere. E invece non fa altro che generare rabbia e veleno.
Europa oggi è teatro di guerra. Quelli che qualche secolo fa venivano trapassati dalle spade dei Crociati, in nome di un Dio che non ha mai chiesto niente del genere, oggi si fanno esplodere in qualche concerto o al mercato nell’ora di punta. Europa è ferita, sanguina. Non conosce più dignità, rispetto, tolleranza. Ai suoi piedi, la gente muore sotto le macerie. Nella sua testa, il pericolo viene dall’immigrato. Non capisce che il vero virus da debellare è quel cazzo finto, fatto di carta e filigrana.
Oggi, l’unico momento in cui Europa può tornare a sognare, è quando vibra attraverso le note graffianti di un chitarrista. Un chitarrista messicano.

Mister F


Vedersi. Odiarsi.

A: Ma tu mi vedi?
B: Moltissimo. Vedo tutto di te. Vedo la tua faccia, quella faccia di merda che hai e i capelli che sono un labirinto infernale dove vive un toro indemoniato con gli occhi da uomo e gli zoccoli al posto delle mani. Vedo il tuo culo e l'ombelico che se lo bucassi potrei vedere le tue stronze budella venire fuori come lumache. Ti vedo, vedo le posizioni in cui ti metti, quando ti inginocchi vedo la tua testa, quella perfetta testa di cazzo che porti in giro per il mondo. Vedo quando vieni e quando urli e vedo anche la differenza tra quando urli di piacere o di dolore. Ti vedo quando sei un cane e la rabbia ti mangia da dentro. Ti vedo fare a pezzi le certezze, quelle degli altri e le mie, con le mani e con i bastoni e con le spranghe di ferro. Terrorista, punk, Black Block. Ti vedo quando sei debole, inutile, un pezzo di carne buttato su questo mondo tra miliardi di altri pezzi di carne che vanno dritti al macello. Ti vedo quando spicchi il volo e dall'alto dici Quante pietre schiacciate a terra che non sono capaci di andare dove vai tu. Io sono a terra, e ti vedo. Ti vedo lassù e non so come prenderti, come fare ad afferrarti, a sentire almeno l'odore. Ti vedo ma non ti capisco, no. Se era questo che intendevi. Non lo so se gli altri siano capaci di farlo, di risolverti. Sei un cubo di Rubik con mille facce, tutte diverse e senza soluzione. Quello che cerchi non è dentro di me, il tuo è un volo solitario. Stai cercando qualcosa che chiama solo te. Questo lo vedo. Da qui, vedo le piante dei tuoi piedi che hanno camminato troppo a lungo, vedo il buco del tuo culo, le cosce che si chiudono e le punte dei capelli. Vedo la tua pelle calda ma forse quella la vedo perché l'ho toccata e brucia, mi ha ustionato le mani, la tua pelle da piromane che fa fuoco e distrugge qualsiasi cosa tocchi. La mano destra ha perso ogni sensibilità al tatto e tornare indietro ormai è impossibile. Non si può più tornare indietro e neppure andare avanti. Vedo che è questo il posto in cui mi hai messo, un gioco al massacro di domande e di aspettative. Vuoi che io ti veneri? Il tuo ego mi ha strappato la carne con i denti e sono rimasto vivo, non ho avuto la fortuna di morire, non sono svenuto. Sono rimasto cosciente tutto il tempo mentre mi spaccavi le ossa e mi tagliavi a pezzi. È un dolore che non si può raccontare ma io so. Io ormai so. E tu sei ancora lontana e cannibale, incompresa quasi del tutto, una stupida incognita, l'estenuante cammino nel deserto in cerca di un po' d'acqua. Resta seduta, smetti di guardarmi. Non mi piacciono i tuoi occhi, dentro ci vedo dei buchi neri che non somigliano a delle pupille. Chiudi le gambe, ti prego. Da te esce un richiamo, un lamento sottile, un odore di foresta e animali selvatici che mi stanca, vedo la bocca di un cane senza denti spalancata che sbava, ha sempre fame. Fermati. Fammi scendere. Il tuo mondo è distopico, allucinato. Come pensare tutti i pensieri contemporaneamente, mi consuma. Io sono come gli altri, voglio una vita semplice. Voglio amare una donna che si svegli e vada a letto e che faccia l'amore e che rida quando bisogna ridere e che pianga quando fa male. La tua faccia da lupo mi piega, anzi mi spezza. Miri sempre agli organi vitali, sono stanco. Stai zitta, la tua voce è un colore dentro l'altro  e non so più quanti siano le declinazioni e i tempi verbali dell'amore. Mi hai smascherato, e lo fai con tutti quindi nessuno ha più diritto degli altri. Vorrei liberarmi di te senza doverti perdere, ti ho chiesto di sedurmi e non di incastrarmi. Non ti posso amare perché ti vedo e non riesco a rispettarti. Vorrei vederti fisicamente come ti vedo emotivamente, affamata, picchiata, spezzata. 
A: Tu mi sgridi per vedere cosa sono diventata ma nessuno può odiarmi più di quanto mi odio io.

Chicana


Della pochezza, dell'insipidità e della polenta al sugo di lepre

“Sissignore”. Ascolta come lo pronuncio bene. “S I S S I G N O R E”. Mi piace ripeterlo, perchè la mia voce diventa melliflua, come un balsamo cardiaco. E’ un’inflessione che arriva da lontano. Sin da piccolo sono stato educato a piegare il capo. E ti dirò: è una condizione alla quale ci si abitua presto, con una certa facilità. Di padre in figlio, di matrice in matrice.

“Sissignore”. Come un gesto meccanico che ripeto senza domandarmi il motivo. Tanto poco mi importa. Anzi, m’interessa un fico secco. Il conflitto mi indispone, merito la pace e della delega faccio la mia bandiera. Che poi, cosa pensi, che sia l’unico? Anche se da qualche parte una radio gracchia “And love...it won't last kissin' time”, io accetto la mia sorte e non cerco brighe. Insieme a me una turba di uomini e donne con cui all’unisono sosteniamo le volte del cielo ripetendo come un mantra “Sissignore”. Che sia bianco o nero, alto o basso, non ci indisponiamo, ma diventiamo duttili, accondiscendenti, disponibili.

Ci accomodiamo a tavola con le braccia conserte, perchè così ci hanno insegnato. Un padre carmelitano intona il “Te Deum”. A turno diventiamo il Nazzareno e ciascuno offre il proprio costato, purchè si faccia in fretta, purchè ci si lasci stare. Affidiamo ad altri le rivolte. I pensieri immacolati ci disgustano. Non aneliamo alla parte giusta della Storia. E neppure a quella sbagliata. Ci accontentiamo di quella che vorranno riservarci. Tanto noi, piegati dall’oboedientia ventri, avremo sempre poco da dire e scarse riserve di energia cinetica. Fauna di periferia, siamo destinati a orizzonti corti, spesso fumanti e al dente. Ma va bene così. Anche se finiamo per essere di frequente seduti sul banco degli imputati, ci basta scambiarci uno sguardo d’intesa per mondare le nostre coscienze e pensare che tanto non poteva che finire così.

Partano altri lancia in resta. Non siamo gente da battaglie. Ci muoviamo dinoccolati nelle retroguardie dove una scatola di biscotti la si busca comunque. Siamo meri esecutori, punto e a capo. Vogliamo che si parli al nostro stomaco, la mente è una scatola ingombrante in cui deportiamo a stento pensieri pornografici. Abbiamo due armi sole, la forchetta ed il coltello. Non c’è fretta, gringo, i muscoli non sono tesi. In qualche modo, il nostro momento arriverà.

Orofino


Riportami in vita

Sempre lì, sull’orlo del baratro.
Sento il respiro che mi trapana il petto. Costretto a portare un fardello che non ho mai chiesto. Chiudo gli occhi e vedo solo nero. Inarrivabile vuoto che mi risucchia le forze. Il mio spirito è ammaccato, plumbeo come i lividi che porto da sempre. Quando sembra stiano per svanire, arriva un altro colpo. E sono di nuovo scuri, e fanno male. Le forze mi abbandonano, non torneranno. Rimango nel limbo dei semimorti. Sono un’ombra senza identità. Ancora troppo vivo per finire sottoterra, non abbastanza in vita per stare in piedi.
Riportami in vita. Afferra la mia mano, che vaga nell’infinito squallore del nulla in cerca di qualsiasi appiglio. Trattieni la mia anima, prendila a morsi. Fammi sentire l’odore del sangue. Schiaffeggiami il cuore, finché non sarà sveglio. Fammi capire che c’è ancora qualcosa per cui combattere. Entra nei miei occhi, tuffati nel mio inconscio e vieni a raccogliermi.
Quaggiù fa un freddo cane. Portami tutto il fuoco che hai.
Salvami da me stesso. Riportami in vita.


Mister F


Mi addormento dopo di te

Mi addormento dopo di te. Mi rimproveri sempre.
Eppure in segreto ti guardo, quando il respiro diventa più lento. Quando il tuo carattere turbolento si placa. 
Non c'è bisogno che scosto le coperte. Ti sò a memoria.
Sò la mappa dei tuoi nei, piccoli e non in rilievo, e mi trovo a pensare che a tracciarli tutti con una penna, forse, scoprirei nuove costellazioni.
Nascondo il viso nell'incavo del tuo collo. Ed è lì che si placano tutti i miei pensieri. È lì che si sospende la vita e il tempo sfugge alle sue regole cadenzate. Quel profumo che hai. Forse è quel profumo che mi fa impazzire, che mi manca quando non ci sei. E quegli occhi. Che li appoggi a volte, li appoggi da qualche parte e te li dimentichi, ma io mi ci perdo dentro. Li temo. Li osservo. Li sfido. E perdo sempre, tra quel marrone e quei cristalli di verde che sembrano schizzati dalle mani di un pittore che lancia il colore sulla tela in preda ad una furia cromatica, e quel bordo grigio finale, una galassia racchiusa tra le ciglia.
Sei una distesa di morbido deserto, sei un mare in tempesta d'inverno, e sei una profonda notte stellata sotto cui tirare l'ultimo respiro in pace. Ma sei il sole all'alba, sei il nuovo giorno che sà di promesse.


Lady Forbidden


Woman on the road

Mentre attraversi la strada ti viene quella cosa, come si chiama, di quando hai vissuto per sei anni in un posto e tutto è rimasto uguale all'ultima volta che l'hai visto e cioè quando te ne sei andata, e le persone sono sempre le stesse perché è un posto piccolo anche se tutti si fanno i fatti loro e nessuno viene a dirti come stai o come ti senti però ti vedono tutti i giorni e tu vedi loro e vi vedete così spesso che era un continuo di saluti perché da queste parti per strada ci si saluta, soprattutto se ci si incontra più di due volte. Celeste è ancora alla farmacia e ha quell'anello che ti piace veramente tanto, sgrana gli occhi, dice Ma che ci fai qui?, perché solo sei mesi prima te ne sei andata che sembrava dovessi trasferirti dall'altra parte del mondo e invece è tutta una questione di tempistiche, ammalarsi di passaggio da quella che sei mesi fa era la tua città e aver bisogno di una farmacia. Compri le pillole per la gola, quelle per il mal di testa, lo sciroppo per la tosse ma senza codeina che con l'asma meglio di no, poi le pastiglie effervescenti per la febbre e i dolori. Vuoi un sacchetto?, chiede Celeste e tu dici sì perché ti sembra di aver fatto la spesa. Ti abbraccia, cari saluti, stai bene, curati. Quando esci da lì la neve si è fermata ma l'aria è impietosa, non hai il coraggio di andare a casa a piedi, vorresti prendere il bus ma anche aspettarlo ti fa sentire in quel modo, come si chiama, di quando non vuoi fare una cosa ma l'alternativa ti suona anche peggio. Stai guardando la strada pensando al da farsi, quante volte ci sei passata da lì. Quella volta che X ti ha dato un passaggio e sembrava che dovesse baciarti da un momento all'altro ma poi ha detto Tu metti soggezione, e non se l'è sentita. Dopo si è pentito ma ormai era tardi ché la vita è fatta di momenti, quello giusto e poi tutti gli altri. Ti piacerebbe chiamarlo per rivedere le sue braccia nodose, i suoi occhi e quei denti ma a che servirebbe? Non fai più parte di questo mondo. Decidi di fartela a piedi che tanto peggio di così  può venirti poco. Il vento ti brucia nel naso fino alla gola, ti nascondi nei capelli e nella sciarpa. Prendi la scorciatoia per il bosco come Cappuccetto Rosso tanto tutte le mattine andavi a correre lì e il lupo cattivo non c'è. Passi vicino alla M/A, era il 2 febbraio quando Y ti ha invitata a bere una birra e ti ha detto Come vorrei parlare la tua lingua, anche se poi un modo per comunicare lo avete trovato lo stesso. Quella volta che ti ha chiesto di sposarlo, per esempio, lo hai capito benissimo e lui ha capito benissimo quando gli hai detto di non cercarti più. Tanto poi per dimenticarti se n'e andato in Africa e non hai mai più risposto alle sue lettere. Arrivi fino al ponte dove ti hanno buttata fuori dalla macchina quasi in corsa dicendo che eri la persona peggiore del mondo e tu sei andata dalla tua amica per piangere con lei che ha pianto tanto con te, e guardarla vivere la sua nuova vita e il suo nuovo pancione e tutti i nuovi ormoni che le erano toccati due mesi dopo aver incontrato un nuovo uomo da sostituire al vecchio. Tipo una permuta. Ora lui anche si è risposato con una  giornalista di Mosca che ha detto di voler vivere lì anche se lui vive qui, nella casa dove viveva con la tua amica. Perché la gente ha delle storie assurde ed è questo che ti piace, vorresti sentire tutte le storie ma una vita sola non è abbastanza. Mentre cammini guardi la neve, ammettiamolo che quel bianco ti era mancato. Ti senti che ancora non sei dove dovresti essere, non è ancora la tua città né la tua vita. Dopo sette traslochi non sei più sicura che riuscirai trovarlo, questione di numeri - e di occasioni ché a questa età il grosso ormai è fatto. Lungo la strada hai già fatto fuori tre o quattro di quelle pillole che ti hanno dato ma non sembrano fare grande effetto, forse non ti sei spiegata bene su quanto ti senti male. E ti senti male, tanto. Forse dovresti prenderle tutte, in un colpo solo, mandarle giù con un po' di neve. Forse dovevi prenderle prima, la settimana scorsa, quando hai iniziato ad avere i primi sintomi, perché alla fine la vita è un questione di fare le cose al momento giusto e non le si può rimandare finché non sono gravi e credere che il risultato sia lo stesso.

Chicana


Notte fonda

Buonanotte terrestri,
anche se queste parole stessero entrando nella vostra vita all'ora di pranzo di uno scialbo giorno feriale, non posso che augurarvi la buonanotte. Perché è notte fonda intorno a voi, non vedete? Come chiamare il razzismo non più strisciante, ormai manifesto e fiero, che riempie i blog, i giornali, i vostri account social, la televisione a tutte le ore, se non "notte fonda"? Come chiamare il sessismo da patata bollente, il disgustoso tentativo di contrastare le presunte volgarità dell'Altro con la sicura volgarità nostra, anzi vostra, se non "notte fonda"? Come definire il classismo becero e infame, l'ostentazione impudica della "riccanza" - di dice così, giusto? - , la colpevolizzazione dei lavoratori in sciopero invece che dei padroni che li hanno costretti a scioperare, la stomachevole alternativa tra lo schiavismo del precariato e la disoccupazione ad libitum, se non "notte fonda"?

Eppure io amo la Notte, nonostante tutto.
La amo da quando ero adolescente e nel silenzio di una cameretta come tante altre, tra le coperte accartocciate e le ombre arrampicate sul soffitto, scrivevo i miei primi versi.
Amo le notti costellate di baci al gusto di birra. Notti che sospirano d'erba, che ansimano orgasmi nei parcheggi delle palestre. Notti passate a disegnare l'umidità dei vetri, mentre la radio passava un indimenticabile ultimo blues.

Amo la Notte. La amo persino quando è fonda.
Perché finirà sempre in un'Alba.
Un'alba che sarà l'ultima.
Per voi, o per me.

Diego Runa