Bambina in scadenza

Ma che bello il centro commerciale in una mattina di sole. Tutti che vogliono farsi il loro giretto, guardare - ma non toccare. Camminano insieme o da soli, che importa, manca poco a natale, vogliamo stare tutti tranquilli. Hai visto quella? Occhiolino, bacetto. Ridiamo tutti ché la vita è bella. Solo che a un certo punto. Puf, basta. Complimenti agli stronzi che arrivano sempre un attimo dopo su tutto, quando ormai - ops, c'est trop tard. Pensavi che funzionasse... come? Invece ti eri sbagliato, capita. E che sia proprio io a dirtelo come ti fa sentire? Il fallimento era in agguato. [L'errore disumano, la guerra dei mondi]. Non ti avevo detto che in borsa porto sempre un tirapugni? Non è per me, certo che no. Ah pensavi che volessi... non diciamo assurdità. Finisci il tuo giro adesso e non preoccuparti di nulla. Guarda se per caso ti serve qualcosa per arredare il tuo spazio di... quanto? 180 mq? Meno? Con quest'arredamento modulare da paesi nordici ormai si può fare di tutto - ogni posizione arriva con il libretto di istruzioni. Va bene per chiunque, c'è il metro per vedere di quanti centimetri è il tuo arredamento. Ma stai sereno, le dimensioni non contano: lo dicono tutte. Eppoi, ci vediamo fuori. Mi sembrava che volessi dirmi qualcosa, a forza di guardare, ti mancava solo la parola. Apri la bocca, grande grande e... gnam, te le presto io. Che bella giornata, miao. Mettiamo una canzone d'amore e buchiamo le gomme delle macchine, ti va? Ci vuoi venire con me? Sono una teppistella cocca di papà, ho un gancio da macellaio nella borsetta del trucco. Annusa, annusa - è sangue. Dammi la mano, ti dico un altro segreto: toccami qui. È una sparachiodi. Se sei un maniaco dei coltelli ti seguo in capo al mondo. Una volta prendevo lezioni di tiro con l'arco poi mio padre ha capito che cercavo di uccidere qualcuno e mi ha portata al poligono di tiro. Ok, ok, mi concentro: volevi prendere il divano? Lo specchio per il bagno? Ti ascolto. Se ogni tanto mi perdo è per l'ADHD, non serve che tu sappia di che parlo. Sono d'accordo che questi imbroglioni si mangiano il paese e sui discorsi in generale, sulle guerre e la fame, l'anarchia e il capitalismo, mi piace la tua faccia da supereroe. Ecco, se riuscissi ad essere sempre così bello ti amerei senza pensarci due volte. Ma poi quando devi comprare il cavo per l'antenna o i preservativi vorrei che morissi, e allora: (c'è qualcosa di profondamente distorto in te). È vero, scusa. Ma il tempo è un soffio, siamo qui solo ora e poi basta per sempre, scomparsi, mai esistiti - per cosa ti stai conservando? "E invece io che sono una bambina in scadenza..." ecc ecc. Andiamocene, tutto questo non ci serve.

Chicana



Come sempre

La verità è che i giovani si sono sempre annoiati. Altro che immaginazione e giochi fatti con quello che capitava. Si sono lanciati in guerra mondiali per non annoiarsi. Quando hanno finito le munizioni, sono partiti in viaggi psichedelici. Poi sono atterrati nella piste da ballo improvvisate dei rave party. Ora guardali: davanti agli schermi al plasma, sono abbacinati da immagini distopiche. Dicono di non volere, dicono di non sapere. Affidiamo alle loro spalle le fondamenta di un mondo nel quale fatichiamo a riconoscerci. Li sollecitiamo perché possano essere interpreti di una velocità al quadrato, ma poi centelliniamo consigli e rimpiangiamo sagre da stra-paese.

La verità è che non ne sappiamo poi molto. Fingiamo di poter distinguere il bene dal male, finiamo per mescolarli entrambi, offrendo cocktail di contraddizioni di cui facciamo incetta. Siamo la gioia dei terapeuti, il cordoglio dei librai. Li coccoleremo fino ai primi sintomi dell’Alzheimer, quando embolie e solitudini si sovrapporranno a festicciole e cotillon. Oggi insieme, domani chissà…

Orofino


Psicosi delle 4:48

Fa freddo di notte non dormi non dormi non dormi, la punteggiatura non sempre aiuta ma bisogna conoscerla per sapere come smettere di usarla, e la bocca sa di metallo arrugginito. Mmm, che buono. Non dormi, ma il bicchiere? Dov'è il bicchiere? Se è insonnia che almeno sia ben idratata, l'acqua sa di plastica. "E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto". Buio, buio ma illuminato dalle luci, nemmeno di notte ci si può scambiare i segreti, c'è sempre una luce di troppo - per i maniaci del controllo. Tachicardia  notturna appena ti alzi e fai le scale di corsa, ma il corpo sa che sei sveglio? "E guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te". Chiodo fisso, lo chiamano il pallino. Tu ce l'hai. Mica uno, tanti. Paranoia e compulsione, che brutto mix, da serial killer. Di sicuro non funzionerà, va bene solo per un bacio, una cosa così, con la lingua, facile da capire. E poi vi sentirete che tira da dentro ma lascia perdere, non è abbastanza intelligente per andare oltre. The black hole è troppo profondo, la vergognosa tela del ragno rimangiatela [scusami, non voglio farti questo]. Puoi fermarti, se c'è un momento giusto, è questo. "E non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo". Non sai cosa sia ma sai che non funziona, c'è qualcosa, parla la tua lingua ma non vi capite - qualcosa c'è. Sarebbe già successo, altrimenti [succede subito oppure mai]. Il pallino: rimbalza di continuo nella testa. Fai finta di niente ma sei il tipo di persona che certe cose le sa. Peggio per te. L'insonnia ti mangia un pezzo dal basso, forse un piede, mastica. Eviti i pensieri per non cadere nella trappola del buio, benissimo, abbiamo un attacco di vigliaccheria. A questo ci penserai domani, mh? Solo il sonno può salvarti dal pallino, e da tutto il resto. L'orologio si porta via le ore in modo vergognoso, senza pietà. Che schifo, un attimo fa era l'ora di cena e adesso sono le quattro di mattina. Quegli stronzi uccelletti tra poco inizieranno a chiamare il sole, c'è un suono più fastidioso di quello? Il tempo delle mele è finito, se mai c'è stato. "e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo". Non capisci? Il pallino ti tormenta, capisci sempre tutto ma questo no. L'anima irriducibile non lo accetta, non si ferma davanti a niente, brucia brucia brucia: ha fame. Gli animali sono stati sacrificati e le persone anche. La puzza di carne resta nelle pareti. Ma come si fa a dormire la notte? Hai sonno, a intervalli regolari. Non guardi niente, non fai niente. Non fai ridere né piangere - amabile nullità. L'ha detto Cíoran? Chi può dirlo. "E parlarti in un pessimo tedesco e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te". A quest'ora ogni pensiero è spappolato. Sposta i pensieri avanti di tre ore, la sveglia te li ripropone puntuali.

Chicana


Piccolo incidente interdimensionale

Non capisco come tu faccia a sentire la mia voce. Non dovremmo neanche sfiorarci.
Chi sono? Sono la consapevolezza. Sono il futuro rivelato. La conseguenza delle tue scelte. Sono il vento dell’avvenire che soffia in anticipo. Ma sono anche le orme che hai lasciato, il segno indelebile che hai lasciato nella linea temporale, ciò che è fatto e non può tornare.
Sono tutti i tuoi infiniti te. Dal primo vagito alla fine dell’esistenza. Sono tutte le infinite combinazioni delle tue decisioni. Sono lo specchio che riflette le tue versioni alternative. Sono il te che non ha mai lasciato la ragazza del liceo. Sono il te che non ha preso quel pullman sotto la pioggia. Sono il te che deciso di tradire gli amici. Sono il te che ha ucciso. Ma sono anche il te che si è salvato. Sono il te che è riuscito ad evitare l’incidente. Il te che ha insistito finché non ha vinto. Sono le lacrime che non hai versato e i sorrisi che ti sei negato. Sono tutti gli obiettivi acciuffati all’ultimo secondo e tutte le spugne gettate al primo tentativo. Sono il te che ha preso un’altra strada. Altre milioni di strade. Incredibili sequenze incrociate di possibilità, scorrono in me fiumi di incognite.
Potrei farti vedere tutto, ma tu sei un uomo. La tua mente non è progettata per contenere tutto questo. Hai posto per una sola strada. Uscire dai tuoi confini ti renderebbe pazzo. Non puoi scavare nell’abisso profondo della conoscenza. Il rimpianto e il dubbio chiuderebbero le fauci su di te, riducendo la tua anima a brandelli.
Dunque perché tu riesci a vedere la scia di luce che lascio nella trama dell’universo? Perché riesci a sentire l’eco dell’infinito che tuona nelle mie corde vocali?
Noi non dovremmo comunicare. Tu sei uno, io sono troppi. Troppe versioni di te popolano il Macroverso del “se avessi”. Non puoi conoscerle, il tuo cervello esploderebbe in un lampo gelatinoso.
Stammi lontano, se ci tieni a te. Ignorami, prosegui per la tua strada senza guardarti intorno. Inutile affrettare il passo. Dove tu vuoi arrivare, io sono già arrivato. Ho raggiunto anche ciò che stai evitando. Sono partito dal tuo stesso punto, ma ho percorso ogni strada. Io SONO ogni strada. Quindi allontanati da me. Continua dritto, senza fretta ma senza sosta. Una volta passato il bivio, non voltarti verso la biforcazione. Fa che le tue scelte siano irreversibili nel tuo animo.
Tu sei parte di me, ma non è tempo che tu mi conosca. Non finché sarai di carne. Per ora, rimaniamo come dovremmo essere. Perfetti sconosciuti.

Mister Tenant



Condanna a banda larga

L’aria si era fatta pesante, nel Grande Tribunale.
Le pareti altissime sembravano volersi chiudere sulle spalle dell’imputato, che ora tremava di fronte agli sguardi famelici della Grande Giuria dei Leoni da Tastiera.
L’Onnipotente Giudice, Dott. Ing. Guido Maria Alberto Faccialibro, teneva stretto in pugno il gigantesco martello blu, con il pollice alzata stampato su entrambi i lati.
L’avvocato difensore aveva fatto il possibile, esibendo documenti pieni di cuori e adesivi colorati. Ma la difesa sembrava prossima a capitolare, sotto la pressione asfissiante del popolo informato, reso potente dallo statuto del WEB (Welfare degli Eccellenti Beceri).
E’ vero, aveva sbagliato. Ma era in buona fede. Tutto era nato un banale malinteso. Può succedere. Le parole sono elementi affascinanti. Le combinazioni sono infinite e gli stessi elementi, se disposti in modi diversi o espressi in momenti differenti, posso assumere significati opposti. Il messaggio viaggia da una mente all’altra e il pericolo dell’interpretazione è dietro l’angolo. Il gioco del telefono ha fatto più vittime della malaria.
Tante condanne erano state giuste. Tanti colpevoli hanno rivendicato i loro crimini, senza rimpianto alcuno. Ma tante altre pene erano state assegnate per mancanza di confronto.
La giuria è implacabile. La giuria prende per buona la prima. Non torna indietro. Sente ciò che vuole sentire ed è pronta ad attaccare, a seconda del tipo di indignazione che la moda ci ordina di seguire.
C’era la stagione della salute, quella del lavoro, quella della politica e quella del sesso.
La giuria sente la prima voce che si alza dal coro e la osanna, senza se e senza ma. Senza documentarsi, perché documentarsi è una perdita di tempo. È deleterio. Il WEB ci dà tutto, non c’è bisogno di cercare, di scavare. La pappa è già pronta ed è buona.
Dunque, l’imputato è colpevole di qualcosa che non aveva in mente, ma che gli è scappato di bocca. Il martello di Faccialibro batte forte. Una, due, tre volte. I leoni ruggiscono, protetti dai monitor. COLPEVOLE! COLPEVOLE! COLPEVOLE!
A quel punto, il movente non conta più nulla. Il reato passa in secondo piano. L’importante è punire. Punire. PUNIRE.
Che la gogna abbia inizio! Che l’umiliazione lo accompagni per il resto dei suoi giorni! Che la violenza lo colga e lo spinga all’abbandono, all’isolamento, al suicidio!
..
.
Beh, sperando che l’imputato non sia uno di quelli tosti. Di quelli che si ostinano a difendere le loro idee. Che vanno avanti, nonostante le condanne. Che credono nel CONFRONTO. Nel CHIARIMENTO. Nella COMUNICAZIONE. In quel caso, sarebbe una bella gatta da pelare.
Non esistono ancora martelli così grossi da riuscire a schiacciare coloro che, nonostante tutto, pensano ancora con la propria testa.


Mister Tenant



Boom

Smettetela, non vi crede più nessuno ormai. Volete sembrare invincibili, ma siete il prodotto di un fallimento mascherato. Annunciate la vostra follia ai quattro venti, sperando che qualcuno vi consideri. Avete montato profili social basati sul nulla. Su ciò che non siete. Aprite la vostra finestra digitale, vi affacciate e urlate al mondo che siete pazzi. Che siete diversi.
Per favore, smettetela.
Siete il modellino incartato del terzo millennio. Siete dildo difettosi per la fica umida del capitalismo. Vi lasciate infilare parole nel culo e le sparate identiche dalla bocca, spacciandole per vostre. Siete giocattoli, marionette, gli ultimi acquisti prima di Natale. Siete l’oggetto del finto desiderio di una folla di morti che obbedisce ad una scatola parlante con centinaia di canali in HD.
Volete conoscere un vero figlio di puttana? Guardatemi in faccia. Leggete il dolore tra le rughe della fronte e guardate come si trasforma in reazione. Guardate come accantono i rimpianti e metto a tacere i piagnistei. Ascoltate l’eco sanguinante della mia voce che vi dice di andare affanculo.
Assaggiate il sapore della rabbia vera, voi che vi indignate con un’emoticon e guarite malattie con un like. Guardate com’è un vero essere umano, fatto di carne e ossa e sangue che scorre in mezzo.
Questo è il dolore autentico, stampato sulle mie labbra serrate. Non la finta empatia dei vostri commenti, sotto le foto di una guerra che non state subendo.
E adesso, temetemi. Fatelo, prima che la vostra incoscienza mi costringa a farvi provare la vera sofferenza. Sono una fottuta arma nucleare, un impasto di tritolo e merda, pronto a fare il botto da un momento all’altro.
Sono il lupo cattivo che mangia voi, vostra nonna e pure il cacciatore. Poi cago il fucile e lo uso per aprire varchi. Quelli che voi trovate già aperti per aver leccato culi, io li apro a modo mio. Con i pallettoni da quarantacinque millimetri e tanta voglia di dirvi in faccia quello che penso. A tutti. Senza filtri e senza hashtag.
Non vi salverete, ragazzi. Non provateci neanche a darvela a gambe. Io vi raggiungo. Vi raggiungo tutti.
Voi siete plastica. Io sono esplosivo al platico.
Il conto alla rovescia è già iniziato.
Ecco che arriva il botto.


Mister Tenant


Donna coriandolo

Sì, vabbè, io faccio finta di crederti. Rumino qua e là sforzandomi di immaginare che dietro quel tuo silenzio ci sia un pensiero. O un ricordo. Al massimo un dolore. Ci provo, ti giuro che ti provo. Ti guardo e mi convinco che tu abbia ragione. Che ti comporti così perché sei arrabbiata. Unilateralmente arrabbiata. Suppongo che il veleno con cui mi abbeveri non possa essere figlio del caso. Deve avere un senso. E’ chiaro. Dietro c’è qualcosa. Io ci credo, lo so. Magari non te ne accorgi, ma vedo benissimo che ti stai nascondendo. Ok, non sarò il migliore a capire tutte le situazioni al volo. Non avrò sempre pronte le parole più appropriate. Sbaglio, cazzo se sbaglio! Vorrei dire ogni volta la cosa giusta, ma poi mi ritrovo tra le mani la solita banalità. Tu mi riservi un’occhiataccia di traverso. Deficiente, stai pensando. Lo sento. Sento anche questo.  La tua sciabolata mi arriva fin dietro le orecchie. Deglutisco e butto giù. Ci sono abituato oramai. Perché sei tu quella fragile. Quella da difendere. Io sono il forte. Con la pelle d’asino. Con la scorza dura. Non ho bisogno di delicatezze io. Tu magari, non io. A me rimane solo di proteggerti. Anche se non ho capito ancora bene come e da cosa. Però devo farlo perché funziona così, no? Io sono il maschio e tu la femmina. E allora ti salvo. E’ l’equazione della vita. Mi faccio concavo e ti accolgo. Tu ti aggrappi e mi fai male. Io soffro e rimango in silenzio. Tu digrigni i denti e bestemmi. Funziona così, no? E’ sempre stato così. Certo, talvolta arrivo in ritardo sul pezzo. Tu mi entri sulle gambe e mi ammonisci. Io cerco di protestare, ma mi azzittisci. Tu vaneggi e io lecco le mie ferite. Eppure qualcosa vorrei dirtela. Ma non si può. Non scherziamo. Sei angelo, non sei diavolo. Comunque vada, rimane che hai ragione tu. Per forza. A oltranza. Ovvio, io sono insensibile. Stupido. Un cretino. Che ne posso mai sapere? Hai mille volte ragione. Tu, tu e solo tu. Ora non parli. Perché dovresti? Non ho capito prima, perché dovrei capire poi? Non ci arrivo. Tu rimani un alfabeto indecifrabile, una narrazione inarrivabile, una profondità incolmabile. Povero diavolo che sono. Mi annullo per te. E lo chiamo amore. Mi dissolvo per te. Tu sei l’autocelebrazione del niente, io il sacerdote delle mosche. Nel tuo silenzio hai costruito un tempio. Anche oggi mi addormenterò con un gusto amaro in bocca. Mi rigirerò nel letto e farò l’alba. Ripenserò a tutti i vuoti che mi hai donato e a tutte le scatole chiuse che mi hai fatto trovare. Ai sogni che non mi hai fatto sognare e agl’“oggi” che hai preferito trasformare in “domani”. In confidenza, i tuoi silenzi mi snervano un po’. Alla lunga mi ci dovrei pulire i piedi sopra. Dici che non valgo niente e ricambi i miei sorrisi con smorfie di cui ignoro la natura. A ben pensarci, hai anche poco da dire. Perché le parole ti sfuggono, misera, miserissima donna-coriandolo che non sei altro.

Orofino


Dentro

Tutto non funziona come dovrebbe. Non mangio e l'insonnia poi mi addormento sul tavolo a ristorante, e nessuno vuol crederci. Che prendi? Niente, scusa, mangio solo dolci, la cartella clinica parla chiaro. Tu non dici mai le bugie perché sei coraggioso e chiedi: perché ti innamori di altri uomini? Nemmeno io le dico, il deficit dell'attenzione me lo impedisce. Rispondo per come stanno le cose. Ho bisogno di calore, tu sei un animale a sangue freddo - il tuo corpo dice: vieni che ti uccido. E allora, cerco un po' di caldo [stammi più vicino]. Poi vedi quant'è grande la tua rabbia per me. Tanto quanto l'amore. Per ogni volta che mi disprezzi c'è bisogno di qualcuno che comprenda. Che mi prenda con - sé. [Scappiamo insieme?]. Non tornare - mi dici - Anzi no, non andare. Mi dispiace, dimagrisco solo quando amo, a stare con te c'è solo abuso: cibo cibo cibo. E tutti gli altri. Vieni, mangia un po' di rabbia. E mi uccidi in ogni posizione, non c'è pace nel tuo corpo - sei il dio della guerra. Chi ha iniziato per primo non lo so. Ero già gravemente compromessa quando - il tuo occhio mi ha soppesata. Quanto vali? Chiedi in giro: il tempo che ci vuole per sospettare che mi ami e tutto il resto che ti serve per decidere che mi odi. Sei pentita? Ogni giorno. Eppure. Scusa ma quando l'ho visto ho capito subito che mi sarei innamorata, lo hai capito anche tu. Mi hai guardata e - confermo. Ho tanti pensieri, la testa mi pesa: amore puoi rompermela con una pietra e farli uscire? Prima lo amo poi pensavo di investirlo con la macchina o soffocarlo col cuscino. Per tornare, sai che non mi allontano mai davvero. Devo solo dimagrire un po'. Venti o trenta chili. Quando mi guardi non mi vedi e involvo - nella prossima vita sarò bella. Gli uomini vogliono solo scopare. La grande verità del nostro secolo. Me la ripeti come un mantra e invece. Non ne ho amato uno di quelli che dici tu. Solo grandi amori - mi fai così banale? La parola puttana ti piace perché sei misogino. Io invece sono: diamoci tutto fino al fondo. Altrimenti per una ricarica del telefono non sai che ti fanno, ogni richiesta pur di avere il nuovo iPhone - a me non serve, ce l'ho già. Quello che chiedo non si può comprare quasi mai, non amo gli uomini che sanno dare un prezzo alle cose. Il mio amore è un buco profondissimo, non tutti tornano su, ci vuole molto coraggio per entrarmi dentro. Che cerchi, che ti manca? Vita. Sono morta appena nata ma ho preso un corpo in cambio - zombie indegno, e un'altra mamma ancora piange al posto della mia. Sono una ladra. Rubo di tutto, dico sempre: non lasciatemi da sola. Non perdetemi di vista. Vi svuoto casa e poi mi impicco sul pranzo di natale, non sia mai. Rubo anche le cellule che si muovono perché il sangue sotto pompa, pelle calda e pensieri luminosi. [Resta con me, muoio di freddo e buio]. Sola: sono la donna sola più circondata da persone. Come? Non vi sento. Non capisco nessuna lingua, tranne quella che ho in bocca. Bisognerebbe essere più precisi con le parole. Pensavo bastasse baciare di più, lo sai che non sono mai stata tanto intelligente. Ops, colpa mia. Però che bello quando. Ti tremano gli occhi e la voce se lo guardi e poi ogni perversione insieme diventa un gioco - al massacro. Lasciamela questa, che sembra una felicità.

Chicana


Illusione

Affondo nel mio fango
cercando un po’ di pace
distraggo ogni mio giorno
che così vola veloce
osservo un crocifisso
ma dentro tutto tace
poi goccia dopo goccia
prevarica la luce.

Fade


Highway One

Hai mai letto Amy Hempel quando racconta della Highway One? Dice che ci sono molti punti panoramici. Io ci ho fatto un pompino su uno dei punti panoramici che dice lei. C'erano le ville e neanche una persona per cui ci era sembrato il posto perfetto per una cosa del genere. La Highway One è il posto perfetto per fare pompini senza che nessuno chiami la polizia. Il rischio dei punti panoramici è che ci si faccia prendere la mano, quello è il rischio che corre ogni ragazza che si fa portare in macchina sulla Highway One. Alcune possono raccontarlo, altre no. Per come la vedo io l'unico vero pericolo di trovarti nella macchina di un uomo sulla Highway One è fare qualcosa di molto stupido. Vedi: vomitargli sulle gambe perché ha spinto troppo forte. Vedi: girare la faccia perché gli puzzano le mutande. Le donne devono pensare a questo genere di cose, anche se gli uomini fanno finta di non saperlo. Restano sempre con gli occhi grandi così quando lo scoprono, forse perché per educazione certe cose non si dovrebbero dire. Un uomo che ho amato tanto mi diceva sempre Ma tua madre te le ha mai date due sberle per insegnarti un po' di educazione? Mia madre non credeva nei metodi repressivi, era una cazzo di hippie pacifista e bipolare. Non mi ha mai punita e infatti sono una maleducata, lo dico per evitare polemiche future. Mi limito a stare attenta a non farmi seppellire in qualche punto panoramico sulla Highway One o da qualsiasi altra parte. Per il resto, il tempo ha dato ragione alle persone che ho amato sul mio conto. Per questo ora non le amo più, e loro non amano me. Ci sono passata mille volte sulla Highway One per andare a San Francisco, una strada che non puoi immaginare se non ci sei stato però cazzo che bella. I tamales lì sono buonissimi, niente di paragonabile a quelle schifezze che fanno in città. Ecco, non lo so perché ma più ci si allontana dalla folla e più le cose hanno un altro sapore. Non ci sono posti per far pompini anche a Los Angeles? Se sai che ha una superficie di 1300 km quadrati ti sei risposto da solo. Lontano dalla gente è sempre meglio, lontano dai posti che piacciono a tutti, dove non sempre sei sicura di poterlo raccontare - o succede solo a me? Insomma a me è sempre piaciuto il modo in cui Amy Hempel descrive la Highway One e anche tutte le altre cose lontane dall'ordinario che descrive. Anche se non sempre sono sicura di poterle poi raccontare anch'io.

Chicana


La bestia incravattata

“Perché pensate alla violenza del mondo? Perché non pensate alla violenza che è in voi?” - B. K. S. Iyengar -

Ora che il sangue pompa forte nella carotide, questa cazzo di cravatta mi sta uccidendo. Meglio allentarla un po’. Non è facile. Provateci voi ad allentare il nodo con una mano, mentre con l’altra tenete a bada la puttanella.
Adesso non lo vuole più fare. Prima si innamora del bolide che tuona sotto la sua finestra. Ora vuole tornare a casa. Prima si bagna tutta, mentre divoro la città e supero gli sfigati. Ora vuole solamente essere accompagnata al suo portone. Prima entra dall’ingresso vip, mentre tiro fuori dal taschino della giacca scintillante, fresca di lavaggio, le tessere gold. Ora non vorrebbe essere mai entrata in quella topaia. Prima i suoi occhi brillano, nel riflesso dei miei gemelli. Ora sono colmi di terrore, mentre uso i polsi per tenerla ferma.
Credete sia facile? Sganciare la cintura di vero coccodrillo, slacciare la zip dorata, tirar fuori il serpente di marmo e trovare soprattutto quel maledetto buco, che ora lei cerca di rendermi irraggiungibile. Non è un gioco da ragazzi.
Stai buona, per dio. Non era questo che volevi? Lo senti, il profumo da quattrocento euro che ora ristagna sulla pelle dei sedili? E pensi che tutto questo sarebbe stato gratis, per te? Non credo proprio, signorina.
Tu ora sei il mio pezzo di carne. Quello di cui ho bisogno. Il mio premio.
Me lo merito. Ho calpestato i deboli e leccato culi potenti, per poter coprire il mio corpo d’animale con i tessuti più pregiati. Ho condannato a morte padri di famiglia, per avere duecentotrenta cavalli pronti a solleticarti le chiappe, mentre il motore sale a ottomila giri. Ho venduto l’anima in cambio di obbligazioni bancarie, per poterti dare lo sballo di una notte senza limiti. Quindi tu, ora, piccola troietta di periferia, sei il mio giocattolo.
E’ questo ciò che accade, dietro i salotti dei nostri circoli. La seta e l’oro nascondono le nostri carni pelose, colme di desiderio. E voi, oche anonime che aspirate alla meravigliosa eleganza del lusso, che volete vedere spalancate innanzi a voi le porte dei palazzi dove vive la gente che conta, che volete assaporare il potere senza aver prima strisciato nel fango come vermi da carcassa, dovete accettarne il contrappasso.
Lasciami inturgidire quei capezzoli. Voglio sentirli grattarmi il petto, quando sarò sopra di te. E smettila di spingere con i piedi. Con i soldi che ho speso per le scarpe che mi stai rovinando, potevo comprarne quattro come te. Sei stata fortunata, perché ormai mi sono incaponito. Io voglio te. E ti avrò.
Oh, la cravatta si è allentata, finalmente. Ci siamo, bambina. Questo è il punto di non ritorno.
Apri le gambe e chiudi la bocca. Abbiamo appena cominciato.

Mister Tenant


Il mio tempo

Il mio tempo è quello della cravatta slacciata. Quello in cui l’ufficio diventa vuoto e si rimane esausti sulla scrivania a scherzare mollemente con il collega, sapendo di avercela fatta anche questa volta. Il mio tempo è quello delle feste, quando tutti vanno via e al centro-pista balla solo qualche palloncino pigro. Quello del sole che affoga all’orizzonte mentre un pizzico di malinconia alberga in gola e una scrollata di spalle è tutto quel che rimane per scacciare la tristezza. Il tempo delle parole che hanno il gusto delle carezze e delle carezze che suonano come parole. Delle strade deserte piene di nebbia, dei boschi al crepuscolo, dei paesi che scappano fuori dal finestrino. Dell’amore che ti abbandona senza chiedere il permesso e di quello che invece irrompe in casa senza che tu possa capirci niente.

E’ sempre un colletto sbottonato, una nota di bemolle, una persona che non c’è più. Il mio tempo è una lacrima asciugata.

Orofino


Tacco e punta

Dissolvenza. Riapro gli occhi. 
Sono in auto, in tangenziale. 
Ho le mani sul volante. Una delle due, la destra, ad intervalli regolari si abbassa sul cambio.

Tacco e punta.

Sono in auto in tangenziale. C’è traffico. Tanto traffico. Come ogni mattina a quest’ora.
A passo d’uomo, se si è fortunati, altrimenti fermi del tutto.

Tacco e punta.

Mi giro intorno ed osservo. Mille e più auto si trascinano. Tanti visi. Tante storie. Noia.
Cartelli, asfalto, metallo, aria gelida e Guardrail.
Allungo lo sguardo e scorgo il mio buongiorno in un alba fioca e bruna, come un sole al tramonto.

Tacco e punta.

La mano destra sul cambio. Allungo l’indice ed accendo la radio…
“…dimenticarvi di chi vi vuole bene…sagittario: sarete chiamati a risolvere un problema complicato; siate pruden…” 
…cambio…. 
”…il brano appena ascoltato. Entra in classifica direttamente al sesto posto, dopo tre anni di assenza, con il suo ultimo singol…”
…cambio…
“…sul tetto dell’azienda, per chiedere la revisione del contratto. Dure le parole del sindacato nei confronti di quella che sembra esser…”
…cambio…
“…crema mani e viso per sentirsi più belle e prendersi cura di …”
“…ministro alla camera che esclude la possibilità di elezioni anticipate…”
“…con ecoincentivi a quattordicimilanovecentonovantanove euro chiavi in mano…”
“…problemi di caduta dei capelli???”
No! Mi cadono benissimo da soli…penso…sorrido…spengo…chissà se c’è stato un tempo in cui alla radio trasmettevano musica…

Tacco e punta.

Apro una striscia di finestrino ed un soffio di fresco inquinato mi investe il viso. Socchiudo un po gli occhi per godermelo.
Nell’auto vicina, due uomini. Hanno abiti da lavoro. L’uomo a sinistra fuma e guida. L’uomo a destra dorme.

Tacco e punta.

Nell’auto avanti scorgo una folta chioma di capelli ricci e biondi. Un cappotto marrone. Immagino quindi scarpe alte, eleganti. Forse stivali. Immagino calze, forse autoreggenti. Immagino tailleur, forse sexy. Forse no.

Tacco e punta.

Nell’auto alle mie spalle un uomo dai capelli grigi si prodiga in un lavoro certosino di scavo, eseguendo una perforazione a carotaggio continuo con l’indice in una delle sue narici. La destra. Intanto sembra avere lo sguardo perso nel vuoto.

Tacco e punta.

Ad ogni frenata, migliaia di fari rossi si accendono sui culi delle auto. Mi gratto il naso. Mi struscio un po gli occhi e sbadiglio. Immagino il caffè che desidero bere ed intanto in bocca sento ancora lontano quello sorseggiato al risveglio, sommerso dalla menta  del dentifricio.

Tacco e punta.

Riparto. Ora più velocemente. Riesco persino a inserire la seconda, ma sono costretto ad una brusca frenata quando un uomo, in abito elegante, con occhiali da sole eleganti, con la camicia elegante, la cravatta elegante, scarpe eleganti, in un auto elegante, mi ha elegantemente tagliato la strada. Non solo a me ma all’intero fiume di metallo che si trascina su questo viadotto, e si regala così imprecazioni un po meno eleganti. Sorrido pensando che corre per andare a lavorare.

Tacco e punta.

Si sta facendo giorno. Tutto adesso è più luminoso. Si riesce a scorgere la città. Oggi il cielo è terso, penso…chissà chi è arrivato secondo.

Fade



Giochi senza lacrime

Abbandonato sul letto come un pupazzo usurato, vedo mia moglie avvicinarsi. Si fa cingere dal mio braccio. Si appoggia sul mio petto. Piange.
Non lo biasimo. Quando hai quel periodo in cui pensi "finito questo, mi rilasso" e ti rendi conto che quel periodo dura da almeno tre anni, è giusto e doveroso lasciarsi andare per un po'.
La stringo, cercando di farle uscire più lacrime. Perché le lacrime assorbono il peso che hai nella testa e poi quando escono ti ripuliscono. Ti svuotano, ti fanno sentire più leggero. Come quando sudi via l'alcol nelle serate estive.
Lei si gira e mi chiede: "E tu, quando piangi? E' un sacco di tempo che non piangi. Ti fa bene, ogni tanto."
Rimango interdetto. Io non piango, di solito.
Beh, il fatto è che per piangere, qualcosa deve arrivare a pizzicarti il cuore. E il mio, in effetti, è un po' difficile da raggiungere.
E' come ritrovarsi a Giochi senza frontiere. Te lo ricordi, quel programma? In realtà si chiamava Jeux sans frontières, era un format francese. Ma i francesi lo hanno scopiazzato da Campanile sera, presentato da Mike Bongiorno. Anche se non lo ammetteranno mai.
Ecco, raggiungermi il cuore è un po' come partecipare a quel gioco.
Prima devi scalare sei o sette cinte di mura. Sono alte, scivolose e a volte cola dell'olio bollente lungo la pietra.
Se riesci a superare quelle, devi tuffarti nella palude di fango e scavare, scavare. Aprirti un varco nella melma delle decisioni sbagliate, dei ricordi amari, della rabbia incontrollabile, delle sbronze evitabili.
Se riesci ad uscirne vivo, devi saltare i ponti tagliati. Senza cadere nei precipizi tra gli estremi dei rapporti recisi, dei legami interrotti, a volte per amor proprio altre per paura.
Solo a quel punto, sarai arrivato a destinazione. E quando vedrai quella sacca pulsante piena di sangue contrarsi in maniera spasmodica, basterà una leggera schicchera con pollice e indice (oppure con il medio, alcuni la fanno così) per creare un terremoto. Di quelli che spaccano la terra, fanno tremare le montagne, mentre il cielo urla e gli stormi fuggono. Conoscerai il volto dietro la maschera, il trucco del mago sarà svelato e forse, dico forse, vorrai con tutto il cuore tornare indietro. Ridere davanti al primo muro e tornare a casa. Ma non sarà possibile.
Perché una volta che vedi il vero volto di un essere umano, non te lo scordi più. Ti rimane addosso come un livido. E ogni volta che lo vedi, realizzi che niente è come sembra. Che la verità sa essere terribile, se vuole. Può spezzarti le ginocchia, invalidarti a vita.
Quindi meglio evitare. Meglio che mi tenga il peso nella testa.
Finché ci riesco, meglio non piangere.
Meglio per tutti.

Mister Tenant


Brutta

Ah, sei una che viene dalla pioggia - dicono. Quando nasci a Portland ti piacciono la nebbia e i cavalli, è automatico. Non c'è molto altro a Portland se non nebbia e cavalli. Da piccola avevo un cavallo con la criniera bianca e la pancia grossa, la accarezzavo e dicevo How horrible you are, girly. Perché anch'io ero brutta, e lei era il cavallo perfetto per me. La domenica camminavamo nella nebbia per dimenticarci quanto fossimo brutte, così nessuno poteva vederci. Ma a Nyc non ti puoi nascondere anche se c'è tutta la nebbia che vuoi. Nebbia a palate, da tagliare e sniffare tutta in un colpo. Cosa prende? Un caffè e overdose di nebbia, grazie. Però non ci si può nascondere. Voglio dire che ognuno può essere brutto come vuole senza doversi nascondere tanto non gliene frega un cazzo a nessuno. Ti calpestano, i new yorkesi ti camminano addosso, come le ruspe, inarrestabili. Bravi, per questo mi piacciono. Per questo amo le grandi città, perché la gente non s-parla. Hai visto quello...? A New York devi prendere appuntamento anche per vedere il tuo riflesso allo specchio, that's it. Quanto ai cavalli invece ce ne sono pochi, la maggior parte li trovi nei locali vietati alle mamme di famiglia e ai figli sotto i tredici anni. Lì i cavalli ci sono, quelli belli grossi, gli unici che possono stare abbastanza vicino alle spogliarelliste con le stelline rosse al posto dei vestiti per vedere se sono poi così belle, depilate integralmente e senza cellulite, oppure se è tutto l'ennesimo bluff. Tanto sai che si dice dei cavalli? Che hanno il pisello grosso ma non sanno parlare. Per questo stanno tutti tranquilli. Sì, lo so, si dice What happens in Vegas stays in Vegas. Ma secondo me si può dire lo stesso della City. La sera prima fa la drag queen al Dolls sulla Murray e la mattina dopo sistema i documenti dell'agenzia di assicurazioni - nessuno ha visto niente, amici come prima. Quando nasci a Portland sei fatta di nebbia e umidità al 93%, ti piacciono i cavalli e puoi vivere solo nelle grandi città dove sei libero di essere ogni cosa. Anche brutta.

Chicana


Pozzo senza fondo

Siamo la generazione del pozzo.
Arriva il punto in cui arriviamo lì, sul ciglio. Le pietre fredde sotto i nostri piedi nudi. La brezza notturna a solleticarci la schiena. Le viscere si fermano, trattengono il fiato. Davanti a noi, al nostro muso leggermente sporto, il buio senza fine. Il nero che ti invita a farti inghiottire. Ha fame. Tu non vuoi buttarti, non sei mica stupido. Il solo pensiero di alzare un piede ti fa schizzare il cuore il gola, ti fa sentire il vuoto in grembo. Le ginocchia sono di gomma, ormai.
A quel punto, qualcos'altro ti spinge da dietro. La noia, l'infinito piattume di questa prospettiva di vita senza sobbalzi, senza emozioni, senza momenti che ti fanno muovere i muscoli della faccia. Ti senti già arrivato. E' come se la vita avesse accelerato troppo. Sei qui da pochi anni, ma te ne senti di più. Troppi di più. Senti di aver visto tutto. E di averlo visto più volte, in un ciclo infinito.
Aggrappati alle stesse persone, alle stesse idee, agli stessi concetti del cazzo. Hanno fatto la muffa, sono scaduti, sono marci e puzzano. Sanno di patate andate a male, quando ormai hanno germogliato da tempo e sono diventate poltiglia marrone che puzza di vomito.
Le stesse persone, le stesse relazioni. Sperando che stavolta sia quella buona, e invece niente. Gli stessi errori, sbagli ma non impari.
E' tutto merdosamente uguale.
E allora ti butti. Se non posso saltare oltre una certa altezza, allora preferisco andare giù. Perché sai già che quel pozzo è senza fondo. Che non c'è limite al peggio. E precipiti giù, mentre l'aria ti fischia nelle orecchie e te le buca, come una siringa gigantesca.
E continui ad andare giù, sempre più giù, ripensando alle stesse persone, alle stesse convinzioni. Scrivi sul tuo profilo social che da domani farai spazio al nuovo te, ma sono chiacchiere di fumo. Sei sempre lo stesso, fai sempre le stesse stronzate. E ad ogni giro di giostra, vai sempre più giù. Sempre più a fondo, ma il fondo non c'è. Il pozzo è infinito e tu cadi all'infinito. Il buio ti ingoia di digerisce ma non ti espelle. Ti tiene dentro, come uno stagno di avanzi nello stomaco.
E tu continui a passarti la lama sulla stessa ferita. Tempo di fare la crosta e tu la riapri. E continui così, senza sosta. Finché il fisico non reggerà più la merda che accumuli nel cervello.
E allora sentirai il fondo. Ma non ti basterà. Scaverai a mani nude, finché non le avrai consumate. Finché le braccia non saranno due moncherini sanguinanti. E così fino alla fine di tutto.
Quando ti renderai conto che una fine non può esserci.
Perché non c'è mai stato un inizio.

Mister Tenant


Voci

Rumori. Voci. Gli occhi si aprono all'improvviso. La sveglia sul comò segna le 2.00 am. Sembra impossibile, ma succede davvero. Non c’è rispetto. Bisogna prenderne atto, maledetti! Eppure la notte è nera, la notte dovrebbe essere buia anche per loro. Tutti dormono. Ma questi no. Un chiacchiericcio insopportabile. Senza contegno. Nessuno. Il sonno è evaporato, non rimane che alzarsi. Il bagno, la luce, una lunga pisciata. Poi la cucina. Una mano tra i capelli scarmigliati, una scrollata ai muscoli addormentati. Il timer del frigorifero frigge, l’orologio muove l’aria silenzioso. Non c’è quiete, continuano senza sosta. Come se ignorassero l’ora.

Il tavolo, un bicchiere d’acqua, giù tutto d’un fiato. Carino il portafrutta sulla mensola. Robetta, ma ci sta bene, ieri non c’era. Il calendario. Alcune date in rosso con le scadenze da pagare. Un altro anno è passato. Deglutire.

Il vociare. E’ diventato insostenibile. E’ come averli in casa. Dietro la porta d’ingresso.

Il divano, il telecomando, la televisione. Repliche, solo repliche e qualche film in bianco e nero. Chissà come si viveva una volta. 

Cosa bisogna fare? Chiedergli di smettere? Litigare? Domani il lavoro. Senza aver dormito, senza aver chiuso occhio. Il petto, un massaggio, fa male. Perchè gli altri dormono? Non sentono? Come fanno a non accorgersi di nulla? Perchè non si svegliano? Sarebbe da spaccare tutto, rovesciare mobili e sedie, strappare i fili, aprire la finestra e gridare forte. Forte, forte.

Il letto. Di nuovo. Le coperte su fino al mento, il cuscino sulla testa. Per non sentire. Per non sentire più. Per non sentire i cattivi pensieri.

Orofino