Dentro

Tutto non funziona come dovrebbe. Non mangio e l'insonnia poi mi addormento sul tavolo a ristorante, e nessuno vuol crederci. Che prendi? Niente, scusa, mangio solo dolci, la cartella clinica parla chiaro. Tu non dici mai le bugie perché sei coraggioso e chiedi: perché ti innamori di altri uomini? Nemmeno io le dico, il deficit dell'attenzione me lo impedisce. Rispondo per come stanno le cose. Ho bisogno di calore, tu sei un animale a sangue freddo - il tuo corpo dice: vieni che ti uccido. E allora, cerco un po' di caldo [stammi più vicino]. Poi vedi quant'è grande la tua rabbia per me. Tanto quanto l'amore. Per ogni volta che mi disprezzi c'è bisogno di qualcuno che comprenda. Che mi prenda con - sé. [Scappiamo insieme?]. Non tornare - mi dici - Anzi no, non andare. Mi dispiace, dimagrisco solo quando amo, a stare con te c'è solo abuso: cibo cibo cibo. E tutti gli altri. Vieni, mangia un po' di rabbia. E mi uccidi in ogni posizione, non c'è pace nel tuo corpo - sei il dio della guerra. Chi ha iniziato per primo non lo so. Ero già gravemente compromessa quando - il tuo occhio mi ha soppesata. Quanto vali? Chiedi in giro: il tempo che ci vuole per sospettare che mi ami e tutto il resto che ti serve per decidere che mi odi. Sei pentita? Ogni giorno. Eppure. Scusa ma quando l'ho visto ho capito subito che mi sarei innamorata, lo hai capito anche tu. Mi hai guardata e - confermo. Ho tanti pensieri, la testa mi pesa: amore puoi rompermela con una pietra e farli uscire? Prima lo amo poi pensavo di investirlo con la macchina o soffocarlo col cuscino. Per tornare, sai che non mi allontano mai davvero. Devo solo dimagrire un po'. Venti o trenta chili. Quando mi guardi non mi vedi e involvo - nella prossima vita sarò bella. Gli uomini vogliono solo scopare. La grande verità del nostro secolo. Me la ripeti come un mantra e invece. Non ne ho amato uno di quelli che dici tu. Solo grandi amori - mi fai così banale? La parola puttana ti piace perché sei misogino. Io invece sono: diamoci tutto fino al fondo. Altrimenti per una ricarica del telefono non sai che ti fanno, ogni richiesta pur di avere il nuovo iPhone - a me non serve, ce l'ho già. Quello che chiedo non si può comprare quasi mai, non amo gli uomini che sanno dare un prezzo alle cose. Il mio amore è un buco profondissimo, non tutti tornano su, ci vuole molto coraggio per entrarmi dentro. Che cerchi, che ti manca? Vita. Sono morta appena nata ma ho preso un corpo in cambio - zombie indegno, e un'altra mamma ancora piange al posto della mia. Sono una ladra. Rubo di tutto, dico sempre: non lasciatemi da sola. Non perdetemi di vista. Vi svuoto casa e poi mi impicco sul pranzo di natale, non sia mai. Rubo anche le cellule che si muovono perché il sangue sotto pompa, pelle calda e pensieri luminosi. [Resta con me, muoio di freddo e buio]. Sola: sono la donna sola più circondata da persone. Come? Non vi sento. Non capisco nessuna lingua, tranne quella che ho in bocca. Bisognerebbe essere più precisi con le parole. Pensavo bastasse baciare di più, lo sai che non sono mai stata tanto intelligente. Ops, colpa mia. Però che bello quando. Ti tremano gli occhi e la voce se lo guardi e poi ogni perversione insieme diventa un gioco - al massacro. Lasciamela questa, che sembra una felicità.

Chicana


Illusione

Affondo nel mio fango
cercando un po’ di pace
distraggo ogni mio giorno
che così vola veloce
osservo un crocifisso
ma dentro tutto tace
poi goccia dopo goccia
prevarica la luce.

Fade


Highway One

Hai mai letto Amy Hempel quando racconta della Highway One? Dice che ci sono molti punti panoramici. Io ci ho fatto un pompino su uno dei punti panoramici che dice lei. C'erano le ville e neanche una persona per cui ci era sembrato il posto perfetto per una cosa del genere. La Highway One è il posto perfetto per fare pompini senza che nessuno chiami la polizia. Il rischio dei punti panoramici è che ci si faccia prendere la mano, quello è il rischio che corre ogni ragazza che si fa portare in macchina sulla Highway One. Alcune possono raccontarlo, altre no. Per come la vedo io l'unico vero pericolo di trovarti nella macchina di un uomo sulla Highway One è fare qualcosa di molto stupido. Vedi: vomitargli sulle gambe perché ha spinto troppo forte. Vedi: girare la faccia perché gli puzzano le mutande. Le donne devono pensare a questo genere di cose, anche se gli uomini fanno finta di non saperlo. Restano sempre con gli occhi grandi così quando lo scoprono, forse perché per educazione certe cose non si dovrebbero dire. Un uomo che ho amato tanto mi diceva sempre Ma tua madre te le ha mai date due sberle per insegnarti un po' di educazione? Mia madre non credeva nei metodi repressivi, era una cazzo di hippie pacifista e bipolare. Non mi ha mai punita e infatti sono una maleducata, lo dico per evitare polemiche future. Mi limito a stare attenta a non farmi seppellire in qualche punto panoramico sulla Highway One o da qualsiasi altra parte. Per il resto, il tempo ha dato ragione alle persone che ho amato sul mio conto. Per questo ora non le amo più, e loro non amano me. Ci sono passata mille volte sulla Highway One per andare a San Francisco, una strada che non puoi immaginare se non ci sei stato però cazzo che bella. I tamales lì sono buonissimi, niente di paragonabile a quelle schifezze che fanno in città. Ecco, non lo so perché ma più ci si allontana dalla folla e più le cose hanno un altro sapore. Non ci sono posti per far pompini anche a Los Angeles? Se sai che ha una superficie di 1300 km quadrati ti sei risposto da solo. Lontano dalla gente è sempre meglio, lontano dai posti che piacciono a tutti, dove non sempre sei sicura di poterlo raccontare - o succede solo a me? Insomma a me è sempre piaciuto il modo in cui Amy Hempel descrive la Highway One e anche tutte le altre cose lontane dall'ordinario che descrive. Anche se non sempre sono sicura di poterle poi raccontare anch'io.

Chicana


La bestia incravattata

“Perché pensate alla violenza del mondo? Perché non pensate alla violenza che è in voi?” - B. K. S. Iyengar -

Ora che il sangue pompa forte nella carotide, questa cazzo di cravatta mi sta uccidendo. Meglio allentarla un po’. Non è facile. Provateci voi ad allentare il nodo con una mano, mentre con l’altra tenete a bada la puttanella.
Adesso non lo vuole più fare. Prima si innamora del bolide che tuona sotto la sua finestra. Ora vuole tornare a casa. Prima si bagna tutta, mentre divoro la città e supero gli sfigati. Ora vuole solamente essere accompagnata al suo portone. Prima entra dall’ingresso vip, mentre tiro fuori dal taschino della giacca scintillante, fresca di lavaggio, le tessere gold. Ora non vorrebbe essere mai entrata in quella topaia. Prima i suoi occhi brillano, nel riflesso dei miei gemelli. Ora sono colmi di terrore, mentre uso i polsi per tenerla ferma.
Credete sia facile? Sganciare la cintura di vero coccodrillo, slacciare la zip dorata, tirar fuori il serpente di marmo e trovare soprattutto quel maledetto buco, che ora lei cerca di rendermi irraggiungibile. Non è un gioco da ragazzi.
Stai buona, per dio. Non era questo che volevi? Lo senti, il profumo da quattrocento euro che ora ristagna sulla pelle dei sedili? E pensi che tutto questo sarebbe stato gratis, per te? Non credo proprio, signorina.
Tu ora sei il mio pezzo di carne. Quello di cui ho bisogno. Il mio premio.
Me lo merito. Ho calpestato i deboli e leccato culi potenti, per poter coprire il mio corpo d’animale con i tessuti più pregiati. Ho condannato a morte padri di famiglia, per avere duecentotrenta cavalli pronti a solleticarti le chiappe, mentre il motore sale a ottomila giri. Ho venduto l’anima in cambio di obbligazioni bancarie, per poterti dare lo sballo di una notte senza limiti. Quindi tu, ora, piccola troietta di periferia, sei il mio giocattolo.
E’ questo ciò che accade, dietro i salotti dei nostri circoli. La seta e l’oro nascondono le nostri carni pelose, colme di desiderio. E voi, oche anonime che aspirate alla meravigliosa eleganza del lusso, che volete vedere spalancate innanzi a voi le porte dei palazzi dove vive la gente che conta, che volete assaporare il potere senza aver prima strisciato nel fango come vermi da carcassa, dovete accettarne il contrappasso.
Lasciami inturgidire quei capezzoli. Voglio sentirli grattarmi il petto, quando sarò sopra di te. E smettila di spingere con i piedi. Con i soldi che ho speso per le scarpe che mi stai rovinando, potevo comprarne quattro come te. Sei stata fortunata, perché ormai mi sono incaponito. Io voglio te. E ti avrò.
Oh, la cravatta si è allentata, finalmente. Ci siamo, bambina. Questo è il punto di non ritorno.
Apri le gambe e chiudi la bocca. Abbiamo appena cominciato.

Mister Tenant


Il mio tempo

Il mio tempo è quello della cravatta slacciata. Quello in cui l’ufficio diventa vuoto e si rimane esausti sulla scrivania a scherzare mollemente con il collega, sapendo di avercela fatta anche questa volta. Il mio tempo è quello delle feste, quando tutti vanno via e al centro-pista balla solo qualche palloncino pigro. Quello del sole che affoga all’orizzonte mentre un pizzico di malinconia alberga in gola e una scrollata di spalle è tutto quel che rimane per scacciare la tristezza. Il tempo delle parole che hanno il gusto delle carezze e delle carezze che suonano come parole. Delle strade deserte piene di nebbia, dei boschi al crepuscolo, dei paesi che scappano fuori dal finestrino. Dell’amore che ti abbandona senza chiedere il permesso e di quello che invece irrompe in casa senza che tu possa capirci niente.

E’ sempre un colletto sbottonato, una nota di bemolle, una persona che non c’è più. Il mio tempo è una lacrima asciugata.

Orofino


Tacco e punta

Dissolvenza. Riapro gli occhi. 
Sono in auto, in tangenziale. 
Ho le mani sul volante. Una delle due, la destra, ad intervalli regolari si abbassa sul cambio.

Tacco e punta.

Sono in auto in tangenziale. C’è traffico. Tanto traffico. Come ogni mattina a quest’ora.
A passo d’uomo, se si è fortunati, altrimenti fermi del tutto.

Tacco e punta.

Mi giro intorno ed osservo. Mille e più auto si trascinano. Tanti visi. Tante storie. Noia.
Cartelli, asfalto, metallo, aria gelida e Guardrail.
Allungo lo sguardo e scorgo il mio buongiorno in un alba fioca e bruna, come un sole al tramonto.

Tacco e punta.

La mano destra sul cambio. Allungo l’indice ed accendo la radio…
“…dimenticarvi di chi vi vuole bene…sagittario: sarete chiamati a risolvere un problema complicato; siate pruden…” 
…cambio…. 
”…il brano appena ascoltato. Entra in classifica direttamente al sesto posto, dopo tre anni di assenza, con il suo ultimo singol…”
…cambio…
“…sul tetto dell’azienda, per chiedere la revisione del contratto. Dure le parole del sindacato nei confronti di quella che sembra esser…”
…cambio…
“…crema mani e viso per sentirsi più belle e prendersi cura di …”
“…ministro alla camera che esclude la possibilità di elezioni anticipate…”
“…con ecoincentivi a quattordicimilanovecentonovantanove euro chiavi in mano…”
“…problemi di caduta dei capelli???”
No! Mi cadono benissimo da soli…penso…sorrido…spengo…chissà se c’è stato un tempo in cui alla radio trasmettevano musica…

Tacco e punta.

Apro una striscia di finestrino ed un soffio di fresco inquinato mi investe il viso. Socchiudo un po gli occhi per godermelo.
Nell’auto vicina, due uomini. Hanno abiti da lavoro. L’uomo a sinistra fuma e guida. L’uomo a destra dorme.

Tacco e punta.

Nell’auto avanti scorgo una folta chioma di capelli ricci e biondi. Un cappotto marrone. Immagino quindi scarpe alte, eleganti. Forse stivali. Immagino calze, forse autoreggenti. Immagino tailleur, forse sexy. Forse no.

Tacco e punta.

Nell’auto alle mie spalle un uomo dai capelli grigi si prodiga in un lavoro certosino di scavo, eseguendo una perforazione a carotaggio continuo con l’indice in una delle sue narici. La destra. Intanto sembra avere lo sguardo perso nel vuoto.

Tacco e punta.

Ad ogni frenata, migliaia di fari rossi si accendono sui culi delle auto. Mi gratto il naso. Mi struscio un po gli occhi e sbadiglio. Immagino il caffè che desidero bere ed intanto in bocca sento ancora lontano quello sorseggiato al risveglio, sommerso dalla menta  del dentifricio.

Tacco e punta.

Riparto. Ora più velocemente. Riesco persino a inserire la seconda, ma sono costretto ad una brusca frenata quando un uomo, in abito elegante, con occhiali da sole eleganti, con la camicia elegante, la cravatta elegante, scarpe eleganti, in un auto elegante, mi ha elegantemente tagliato la strada. Non solo a me ma all’intero fiume di metallo che si trascina su questo viadotto, e si regala così imprecazioni un po meno eleganti. Sorrido pensando che corre per andare a lavorare.

Tacco e punta.

Si sta facendo giorno. Tutto adesso è più luminoso. Si riesce a scorgere la città. Oggi il cielo è terso, penso…chissà chi è arrivato secondo.

Fade



Giochi senza lacrime

Abbandonato sul letto come un pupazzo usurato, vedo mia moglie avvicinarsi. Si fa cingere dal mio braccio. Si appoggia sul mio petto. Piange.
Non lo biasimo. Quando hai quel periodo in cui pensi "finito questo, mi rilasso" e ti rendi conto che quel periodo dura da almeno tre anni, è giusto e doveroso lasciarsi andare per un po'.
La stringo, cercando di farle uscire più lacrime. Perché le lacrime assorbono il peso che hai nella testa e poi quando escono ti ripuliscono. Ti svuotano, ti fanno sentire più leggero. Come quando sudi via l'alcol nelle serate estive.
Lei si gira e mi chiede: "E tu, quando piangi? E' un sacco di tempo che non piangi. Ti fa bene, ogni tanto."
Rimango interdetto. Io non piango, di solito.
Beh, il fatto è che per piangere, qualcosa deve arrivare a pizzicarti il cuore. E il mio, in effetti, è un po' difficile da raggiungere.
E' come ritrovarsi a Giochi senza frontiere. Te lo ricordi, quel programma? In realtà si chiamava Jeux sans frontières, era un format francese. Ma i francesi lo hanno scopiazzato da Campanile sera, presentato da Mike Bongiorno. Anche se non lo ammetteranno mai.
Ecco, raggiungermi il cuore è un po' come partecipare a quel gioco.
Prima devi scalare sei o sette cinte di mura. Sono alte, scivolose e a volte cola dell'olio bollente lungo la pietra.
Se riesci a superare quelle, devi tuffarti nella palude di fango e scavare, scavare. Aprirti un varco nella melma delle decisioni sbagliate, dei ricordi amari, della rabbia incontrollabile, delle sbronze evitabili.
Se riesci ad uscirne vivo, devi saltare i ponti tagliati. Senza cadere nei precipizi tra gli estremi dei rapporti recisi, dei legami interrotti, a volte per amor proprio altre per paura.
Solo a quel punto, sarai arrivato a destinazione. E quando vedrai quella sacca pulsante piena di sangue contrarsi in maniera spasmodica, basterà una leggera schicchera con pollice e indice (oppure con il medio, alcuni la fanno così) per creare un terremoto. Di quelli che spaccano la terra, fanno tremare le montagne, mentre il cielo urla e gli stormi fuggono. Conoscerai il volto dietro la maschera, il trucco del mago sarà svelato e forse, dico forse, vorrai con tutto il cuore tornare indietro. Ridere davanti al primo muro e tornare a casa. Ma non sarà possibile.
Perché una volta che vedi il vero volto di un essere umano, non te lo scordi più. Ti rimane addosso come un livido. E ogni volta che lo vedi, realizzi che niente è come sembra. Che la verità sa essere terribile, se vuole. Può spezzarti le ginocchia, invalidarti a vita.
Quindi meglio evitare. Meglio che mi tenga il peso nella testa.
Finché ci riesco, meglio non piangere.
Meglio per tutti.

Mister Tenant


Brutta

Ah, sei una che viene dalla pioggia - dicono. Quando nasci a Portland ti piacciono la nebbia e i cavalli, è automatico. Non c'è molto altro a Portland se non nebbia e cavalli. Da piccola avevo un cavallo con la criniera bianca e la pancia grossa, la accarezzavo e dicevo How horrible you are, girly. Perché anch'io ero brutta, e lei era il cavallo perfetto per me. La domenica camminavamo nella nebbia per dimenticarci quanto fossimo brutte, così nessuno poteva vederci. Ma a Nyc non ti puoi nascondere anche se c'è tutta la nebbia che vuoi. Nebbia a palate, da tagliare e sniffare tutta in un colpo. Cosa prende? Un caffè e overdose di nebbia, grazie. Però non ci si può nascondere. Voglio dire che ognuno può essere brutto come vuole senza doversi nascondere tanto non gliene frega un cazzo a nessuno. Ti calpestano, i new yorkesi ti camminano addosso, come le ruspe, inarrestabili. Bravi, per questo mi piacciono. Per questo amo le grandi città, perché la gente non s-parla. Hai visto quello...? A New York devi prendere appuntamento anche per vedere il tuo riflesso allo specchio, that's it. Quanto ai cavalli invece ce ne sono pochi, la maggior parte li trovi nei locali vietati alle mamme di famiglia e ai figli sotto i tredici anni. Lì i cavalli ci sono, quelli belli grossi, gli unici che possono stare abbastanza vicino alle spogliarelliste con le stelline rosse al posto dei vestiti per vedere se sono poi così belle, depilate integralmente e senza cellulite, oppure se è tutto l'ennesimo bluff. Tanto sai che si dice dei cavalli? Che hanno il pisello grosso ma non sanno parlare. Per questo stanno tutti tranquilli. Sì, lo so, si dice What happens in Vegas stays in Vegas. Ma secondo me si può dire lo stesso della City. La sera prima fa la drag queen al Dolls sulla Murray e la mattina dopo sistema i documenti dell'agenzia di assicurazioni - nessuno ha visto niente, amici come prima. Quando nasci a Portland sei fatta di nebbia e umidità al 93%, ti piacciono i cavalli e puoi vivere solo nelle grandi città dove sei libero di essere ogni cosa. Anche brutta.

Chicana


Pozzo senza fondo

Siamo la generazione del pozzo.
Arriva il punto in cui arriviamo lì, sul ciglio. Le pietre fredde sotto i nostri piedi nudi. La brezza notturna a solleticarci la schiena. Le viscere si fermano, trattengono il fiato. Davanti a noi, al nostro muso leggermente sporto, il buio senza fine. Il nero che ti invita a farti inghiottire. Ha fame. Tu non vuoi buttarti, non sei mica stupido. Il solo pensiero di alzare un piede ti fa schizzare il cuore il gola, ti fa sentire il vuoto in grembo. Le ginocchia sono di gomma, ormai.
A quel punto, qualcos'altro ti spinge da dietro. La noia, l'infinito piattume di questa prospettiva di vita senza sobbalzi, senza emozioni, senza momenti che ti fanno muovere i muscoli della faccia. Ti senti già arrivato. E' come se la vita avesse accelerato troppo. Sei qui da pochi anni, ma te ne senti di più. Troppi di più. Senti di aver visto tutto. E di averlo visto più volte, in un ciclo infinito.
Aggrappati alle stesse persone, alle stesse idee, agli stessi concetti del cazzo. Hanno fatto la muffa, sono scaduti, sono marci e puzzano. Sanno di patate andate a male, quando ormai hanno germogliato da tempo e sono diventate poltiglia marrone che puzza di vomito.
Le stesse persone, le stesse relazioni. Sperando che stavolta sia quella buona, e invece niente. Gli stessi errori, sbagli ma non impari.
E' tutto merdosamente uguale.
E allora ti butti. Se non posso saltare oltre una certa altezza, allora preferisco andare giù. Perché sai già che quel pozzo è senza fondo. Che non c'è limite al peggio. E precipiti giù, mentre l'aria ti fischia nelle orecchie e te le buca, come una siringa gigantesca.
E continui ad andare giù, sempre più giù, ripensando alle stesse persone, alle stesse convinzioni. Scrivi sul tuo profilo social che da domani farai spazio al nuovo te, ma sono chiacchiere di fumo. Sei sempre lo stesso, fai sempre le stesse stronzate. E ad ogni giro di giostra, vai sempre più giù. Sempre più a fondo, ma il fondo non c'è. Il pozzo è infinito e tu cadi all'infinito. Il buio ti ingoia di digerisce ma non ti espelle. Ti tiene dentro, come uno stagno di avanzi nello stomaco.
E tu continui a passarti la lama sulla stessa ferita. Tempo di fare la crosta e tu la riapri. E continui così, senza sosta. Finché il fisico non reggerà più la merda che accumuli nel cervello.
E allora sentirai il fondo. Ma non ti basterà. Scaverai a mani nude, finché non le avrai consumate. Finché le braccia non saranno due moncherini sanguinanti. E così fino alla fine di tutto.
Quando ti renderai conto che una fine non può esserci.
Perché non c'è mai stato un inizio.

Mister Tenant


Voci

Rumori. Voci. Gli occhi si aprono all'improvviso. La sveglia sul comò segna le 2.00 am. Sembra impossibile, ma succede davvero. Non c’è rispetto. Bisogna prenderne atto, maledetti! Eppure la notte è nera, la notte dovrebbe essere buia anche per loro. Tutti dormono. Ma questi no. Un chiacchiericcio insopportabile. Senza contegno. Nessuno. Il sonno è evaporato, non rimane che alzarsi. Il bagno, la luce, una lunga pisciata. Poi la cucina. Una mano tra i capelli scarmigliati, una scrollata ai muscoli addormentati. Il timer del frigorifero frigge, l’orologio muove l’aria silenzioso. Non c’è quiete, continuano senza sosta. Come se ignorassero l’ora.

Il tavolo, un bicchiere d’acqua, giù tutto d’un fiato. Carino il portafrutta sulla mensola. Robetta, ma ci sta bene, ieri non c’era. Il calendario. Alcune date in rosso con le scadenze da pagare. Un altro anno è passato. Deglutire.

Il vociare. E’ diventato insostenibile. E’ come averli in casa. Dietro la porta d’ingresso.

Il divano, il telecomando, la televisione. Repliche, solo repliche e qualche film in bianco e nero. Chissà come si viveva una volta. 

Cosa bisogna fare? Chiedergli di smettere? Litigare? Domani il lavoro. Senza aver dormito, senza aver chiuso occhio. Il petto, un massaggio, fa male. Perchè gli altri dormono? Non sentono? Come fanno a non accorgersi di nulla? Perchè non si svegliano? Sarebbe da spaccare tutto, rovesciare mobili e sedie, strappare i fili, aprire la finestra e gridare forte. Forte, forte.

Il letto. Di nuovo. Le coperte su fino al mento, il cuscino sulla testa. Per non sentire. Per non sentire più. Per non sentire i cattivi pensieri.

Orofino


Ieri è un altro giorno

Mi dicono che sono vecchio. Perché ho trent’anni e sono già nostalgico. E allora? Lo diceva anche Einstein che il tempo è relativo, no? E allora io faccio il nostalgico a trent’anni.
Perché anche se ho trent’anni, me ne sento cinquanta addosso. Mi dicono: “stai dritto con quella schiena”. Eh, prova tu a starci dritto, con il peso di vent’anni extra sulle spalle.
Ogni tanto mi guardo dietro. Mi ci scappa l’occhio, non posso farci nulla. E’ come un tic. Faccio uno scatto con la testa e mi capita di osservare quei momenti in cui sembrava tutto facile. In cui mi dicevo “ci penserò quando sarà il momento”.
Il momento poi è arrivato senza preavviso. Ha buttato giù la porta, l’ha scardinata con un calcione a spinta. Poi ha suonato il campanello. Il momento mi ha trovato nudo sul divano, mentre ancora mi masturbavo con i film erotici dei canali regionali.
Mi ha fregato quel momento in cui domani è diventato oggi e oggi è diventato ieri. Da quel momento in poi, io ho continuato a guardare ieri, di tanto in tanto.
Ieri potevo passarla liscia. Potevo mascherare i debiti con la vita, rimandarli. Ieri potevo nascondermi, eludere i controlli. Oggi non me ne passano una. Ogni errore viene ripagato. Con gli interessi.
Ieri potevo chiudere gli occhi e prendere tre o quattro respiri. Potevo scostare le incombenze con un gesto della mano, facendole scivolare al giorno dopo. Oggi deve essere tutto e subito. Se oggi ne salti una, domani saranno due. E non è una cosa che si ferma. Anzi, ti sembra che peggiori ogni giorno.
Ieri era tutto più colorato. Sì, a volte lo era così tanto da farti male agli occhi, da farti venire la nausea. Ma ieri era facile riprendersi dalla nausea. Oggi è tutto più spento, più grigio. Ed è molto più difficile riprendersi dalla nausea. Gli hangover si allungano ogni anno di più.
Ieri, per uscire di casa ti facevi sedurre dal buio e tornavi solo dopo il rimprovero delle luci dell’alba. Oggi, la luce ti dà fastidio come fossi un vampiro, e quando cala il buio la giornata ti si aggrappa sulla cervicale e ti trascina a letto.
E quando ieri torna prepotente, quando la tua mente si ribella e torna indietro nel tempo, ne senti tutte le conseguenze. E ti ripeti che questa è l’ultima volta. Ma non lo è mai.
“Ciccio, non hai più l’età per certe cose”.
Fatti i cazzi tuoi. Tu hai abbandonato ieri per vivere lo squallido oggi. Anonimo, bianco, freddo come il metallo. Lo sai che c’è? Io ieri me lo porto appresso. Mi porto appresso la sua energia, i suoi colori, la sua spinta verso il vuoto. Oggi volo libero grazie al ricordo di ieri. A quel bagaglio che mi porto nella testa e che fa di me ciò che sono.
E allora, quello che facevo ieri, lo faccio anche oggi. Eludo i controlli, scosto le incombenze, mi innamoro del buio, macchio il vostro grigiore con sbratti di colore. Volo.
Ieri era bello. Quindi io continuo così.
Anche se rischio di fare una brutta fine.

Mister F


Greenwich Village

"Sai cosa non mi hai mai chiesto? Se ho paura. Non me lo chiede mai nessuno. Giri a NYC da sola, hai paura? Sì. Ho paura. Non li leggi i giornali? Non guardi la tv? Il cartone del latte dice che le persone scompaiono come mosche. Era una così brava ragazza, è andata a Montauk e non è tornata più. Vattela a pesca dove sono finita, se mi prendono. Magari mi buttano da qualche parte in New Mexico o in Missouri, che equivale a dire che non ti troveranno mai. Col fuso orario poi mentre qualcuno si accorge che sono scomparsa, figurati. Hanno tutto il tempo di portarmi in Florida e buttarmi sotto qualche capanno distrutto dell'uragano. E ciao ciao. Da New York a Los Angeles ci sono più di quattromila miglia, cioè un giorno di auto - che significa: scomparsa per sempre. Nemmeno ti cercano. Ho paura, sì. Non me l'hai mai chiesto perché forse hai paura di scoprire che anch'io ho paura. Ho paura perché l'ultima volta che mi sono fidata me la ricordo ancora, mi è costata 19 anni di analista. Soprattutto qui dove a volte il loro inglese non lo capisco, mica siamo in California. A questi non va mica di ridere e perdere tempo, che vuoi tu con sta faccia da libanese? Come faccio ad andare dal Queens al Village? Sono dodici miglia, senza traffico ci vuole mezz'ora - ahahah, senza traffuco. [Turisti]. Con la metro scendi a Delency e due passi fino alla Rivington, da Freemans alle 8pm puntuale. Non c'era bisogno di precisare. Sei italiana, non si sa mai."

Chicana 


Scannatura

All’inizio era la fase della scannatura. Gli uomini arrivavano presto la mattina. Lui li sentiva con il passo pesante e con l’alito che sapeva di alcool e morfina. La sera prima gli davano da mangiare ghiande e erba, come estremo gesto di beffarda carità. Entravano all’alba, con un sole pigro in lontananza. Lui si nascondeva nell’angolo più lontano, al buio, dove aveva passato mesi a defecare e a ruminare merda mista a paglia. Si appiattiva alla parete, indurendosi come un tronco di legno. I nervi contratti, gli arti rigidi, un filamento di bava pendente dalla bocca. Grugniva nell’universalità del lamento. Non c’era cuore che poteva ascoltarlo. Perchè quello non era il suo tempo. Lo afferravano smanando sul suo corpaccione. Qualcuno arrivava sempre alle spalle. Sollevandolo da quella terra in cui si era rotolato per mesi, tra schizzi di fango e poltiglie di melma. Un altro lo teneva stretto per il collo, mentre a quel cielo sordo e cattivo levava i suo rantoli. Il respiro diventava affannoso. Poi selvaggio, rabbioso. Sembrava un demone quello a cui tagliavano la gola, con un grosso coltellaccio, di quelli da cucina, di quelli che perforano la carne senza chiederle permesso. Si dimenava in maniera scomposta, innaturale. Non c’era più coordinazione, ma solo parodia di un’esistenza.
La lama segava la trachea e fontane di sangue irroravano la terra. Tutti gridavano. Vittima e carnefici, insieme, come insoliti compagni di merende. La nebbia sugli occhi, l’afflosciarsi dei muscoli. Intorno non più voci, solo versi. 
Sentiva freddo. E uno strano formicolio nel fondo del ventre. Era ora di cadere, di lasciarsi insomma vincere, corpo senza anima, vita senza storia. Ancora un attimo. Prima del cielo, prima del mare e del mondo, prima della creazione e di ogni altra cosa ripensò a quell’ultima volta, tanto tempo fa, quando sua madre gli rimboccò le coperte dicendogli “Amore, dormi sereno. Non ti capiterà mai nulla di male”.

Orofino



Autocertificazione

Sono un coglione. So che molti di voi avrebbero voluto l'esclusiva, avrebbero voluto assaporare il momento giusto per annunciarlo alla folla. Invece vi prendo in contropiede, vi rovino l'attimo, come quelle pornostar che ti segano fino al secondo prima dell'orgasmo e poi mollano improvvisamente la presa. Ruined orgasm, una categoria molto in voga su YouPorn. Sì, perchè io vado su YouPorn. Quando la tua donna non ha fantasia, il buon vecchio Internet ti tiene compagnia. Passo le notti a vedere mamme porche che cavalcano l'amico del figlio o malvagi cazzi alieni che seminano sperma e terrore sulla Terra.
Sono malato. Cerco universi paralleli peggiori di quello in cui vivo. Non è neanche una cosa facile. Trovare un posto peggiore di questo letamaio, dove salto allegro da uno schifo all'altro. Eppure li trovo, questi pozzi di sterco. E ci faccio il bagno, tutto contento. Rido delle disgrazie mie, perché quella altrui sono noiose. Ommioddio, ti si è rotto lo smartphone. La tua vita è finita. La tua vita schifosa è finita quando te lo sei comprato, quel dildo luminoso con il quale ti sollazzi il buco del culo. Io preferisco ingropparmi le serrature delle porte.
Sono asociale. Se al tavolo ci sono più di quattro persone, comincio a stranirmi. Le voci si accavallano, non ci capisco un cazzo. Con chi stavo parlando? Di cosa stavamo parlando? Tu che fai nella vita? Mah, lavoro, ho una famiglia, dormo otto ore e rispetto il prossimo. D'estate non esco nelle ore più calde e bevo tanta acqua. Oh, che meraviglia. Beato te. Io non ci riesco.
Io ad Agosto esco alle due di pomeriggio e urlo come un pazzo. Sudo l'alcol della sera prima e vomito al parco, vicino al campo di pallone. Corro sudato, così mi sento male. A Dicembre, esco nudo sul balcone e me lo sbatto sulla ringhiera, urlando che Dio è morto.
Sono aggressivo. Mentre il capo mi spiega come andrebbe svolto quel lavoro che faccio da dieci anni e che lui non ha mai visto nemmeno in cartolina, sogno di legarlo ad una sedia e infilargli la lampada al neon giù per l'esofago. Poi comincio a tagliuzzarlo con il temperino che è nel secondo cassetto. Gli incollo le palpebre e lo lascio con gli occhi spalancati davanti al monitor, dove una webcam in diretta da casa sua gli farà assistere ai servizietti che la moglie sta facendo all'operaio di colore. Quello che gli sta imbiancando la casa. E la moglie. 
Sono uno scarto, un errore. Il sale nel caffè. La lattina che rimane incastrata nel distributore. Il sassolino nella scarpa. La zanzara nell'orecchio. La multa il lunedì mattina. Il treno in ritardo. Sono la persona sbagliata, nel luogo sbagliato al momento sbagliato.
Nella cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi del fallimento, io porto lo stendardo di una nazione fantasma. Dietro di me non c’è nessuno, perché hanno tutti sbagliato corsa e nessuno si è presentato.
Avrei dovuto seguire i vostri consigli. Rispettare la linea gialla. Mettermi a pecora, come un parcheggio di biciclette.
Avrei dovuto capire come funziona la vita.
E invece non ho capito un cazzo.

Mister F


Fermo

Buongiorno terrestri,
l'estate volge al termine e la routine sta per imprigionare nuovamente le nostre esistenze. Poco male, così va il mondo: il Sole sorge e tramonta, la Luna fa più o meno lo stesso. Piove, ma non può piovere per sempre, come ci ricordava un vecchio film tratto da un vecchio fumetto.
Si ricomincia anche a Radio Sabotag. Le nostre frequenze torneranno ad inquinare l'etere e la rete, con le fiammeggianti parole di sabotaggio e il crudo sapore del sangue e della benzina. Ma non ci sarà solo questo: abbiamo deciso di aprire anche ai poeti, a coloro che preferiscono esprimersi con una forma di scrittura ancora più breve del post. E speriamo che i nostri ascoltatori poeti vogliano fare come Fade, il primo ascoltatore che ci ha mandato una sua poesia e che pubblichiamo di seguito. A tutti voi terrestri diciamo che Radio Sabotag ha bisogno di odori e sapori dentro le parole e dentro le note di ogni canzone pubblicata. Sensazioni eteree ed emozioni forte. Se volete fare come Fade e mandarci una poesia o un post, sentitevi liberi di farlo. Se poi volete addirittura cominciare a collaborare, entrando a far parte del Collettivo Autonomo Onanisti Sabotatori, le porte sono spalancate. Basta rispettare quelle duebarratre regolette che ci siamo dati.

Si ricomincia, insomma. A perdere tempo nel traffico per andare al lavoro. A farsi bagnare dalla pioggia o a sentirla scivolare sui vetri delle nostre auto. Si ricomincia ad inseguire, a correre, a far incastrare impegni e appuntamenti, a fare la spesa e a consumare. Si ricomincia a trottare. E allora quando possiamo dedicare un po' di tempo a noi stessi? Quando siamo fermi. E "Fermo" è il titolo della poesia di Fade, con cui vi salutiamo.

Fermo in auto in tangenziale
con qualche inutile certezza
la pioggia oscura la visuale
battendo forte sulla tristezza
urlo dentro e ci sto male
è Dio che sputa sul parabrezza

The Clock

L'orologio non va a tempo con la strada. Continua a girare monotono. Mai un guizzo, una curiosità da esaudire, un viaggio da immaginare. Mai una canna da fumare. L'orologio non si sballa mai. Quando succede, smette di funzionare. Si rompe. Non serve più a niente. Va buttato.
Le persone sono come orologi. Non per me, forse nemmeno per te, ma per quello che sta in cabina di regia. Quello che lo stralunato Jack Black di School of Rock chiamava "Il Potente". Per il Potente noi siamo orologi. Ingranaggi. Spartiti senza diesis e bemolle. Funzioniamo solo se monotoni. Se facciamo sempre la stessa cosa. Se pensiamo sempre la stessa cosa. Se compriamo, consumiamo e caghiamo sempre la stessa cosa. Appena allentiamo un po' la presa e decidiamo di far durare un minuto più di sessanta secondi, appena alziamo la testa (ehm, le lancette), smettiamo di essere funzionanti. E funzionali. Ci rompiamo. Non serviamo più a niente. Siamo da buttare.

Non so tu, ma io mi sono rotto i coglioni di essere un orologio funzionante. Le lancette sono mie e le gestisco io. Femminismo applicato agli orologi? No, cazzo, molto di più. Libertà? Ma de che. Alcuni pensano che la libertà sia smettere di essere orologi. Vogliono diventare cigni, o vento, o altre cazzate del genere. Gli chiedi Fammi un esempio di libertà!, e quelli ti rispondono Il volo di un'aquila.
Puttanate. La libertà non è un'aquila che vola e va dove cazzo vuole andare. La libertà, l'unica vera libertà possibile, è quella di smettere di funzionare. Continuare ad essere orologi, ma contare i minuti, i secondi, come cazzo ci pare.
La libertà che un essere umano deve conquistare e difendere è quella di decidere che l'istante di un bacio possa durare una vita intera.
E fanculo se al Potente non sta bene.


Jack Writhe


Italiana?

"Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.
[...]"
Mio nonno è morto, dio lo benedica. Era un turco figlio di puttana, uno di quelli che ha mollato tutto. Ci sapeva fare, era un genio dei numeri, faceva l'ingegnere quando ancora gli uomini facevano i colonnelli o i contadini, e di macchine non ce ne erano. Lui aveva studiato, vai a sapere come. Era un cazzo di laureato quando la gente ancora moriva di febbre. Insomma, non so come è venuto in Italia e ha rubato il lavoro, una donna - e che donna, mia nonna aveva degli occhi azzurri che sembrava una dea nordica. Li vedi insieme? Che cazzo di coppia, diceva la gente. Un turco con la faccia da turco e una italiana con la faccia da norvegese. Io mio nonno non l'ho conosciuto. È morto come muoiono i cani, senza sapere perché, da solo. Ho visto solo qualche foto ma stai sicuro che ho la stessa faccia. I numeri invece no, non li capisco. Ah non lo sapevi? Non dico mai che mio nonno era turco, chi lo conosce. Non so neanche come si chiamava. Però porto la sua faccia nel mondo. 
"Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate, e nessuna è senza compagna.
Come un nastro di porpora le tue labbra
[...]" 
Un giorno mia nonna si è svegliata e mio nonno no. Succede. Non le ho mai chiesto se lo amasse, sono una che parla poco. Non mi ha mai parlato di lui anche perché ero troppo piccola e lei già così vecchia, con quegli occhi azzurri che vatteli a pesca. Chi lo sa quelli con gli occhi così chiari dove nascondono i segreti. Non lo so, hai visto che occhi da turca i miei? Sono tutti un segreto, non c'è uno spazio libero per dire la verità. Fammi una domanda, una qualsiasi - dai. Anche mio nonno aveva gli occhi da bugiardo, davvero. Una faccia che non ci avresti scommesso un soldo. E invece, cinque figli. Una moglie con i capelli biondi e la faccia nordica che voleva studiare, sì anche lei era istruita. Non se ne vedevano tanti come loro, a quell'epoca. Che coppia, diceva la gente. Un turco e un'italiana con gli occhi azzurri. Il gene di mio nonno è arrivato fino a me e io l'ho sprecato con un figlio biondo. Che vuoi che ti dica, non ci si può contare sulle mezzosangue. Non siamo fedeli a nessuna bandiera, e a nessuna persona. Diciamo Sì sì, con gli occhi bugiardi. 
"L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti
è come il profumo del Libano [...]". 
Che poi in Turchia non ci sono nemmeno mai stata. La gente del paese dove vivevo diceva Come sei esotica. Che capelli esotici, che piedi esotici. Sprichst du deutsch? Ho imparato tante lingue e in nessuna città sono stata a casa, è uno schifo. Sono un cane che si morde la coda all'infinito. Anche mio nonno, dalla Turchia e i piedi stanchi e sporchi, a cercare chissà che. Quando si è fermato è morto. Succede sempre così. Per questo, lasciami girare in cerchio. 
"Tu sei bella, amica mia, come Tirza, leggiadra come Gerusalemme, terribile come schiere a vessilli spiegati. Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba. Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d'artista. Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato. Il tuo ventre è un mucchio di grano, circondato da gigli. I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella. Il tuo collo come una torre d'avorio; il tuo naso come la torre del Libano che fa la guardia verso Damasco. [...]". 
Gli occhi neri sono pericolosi, sembrano qualcosa ma possono essere altro. Tipo me, che sono italiana ma in fondo no. Sono una mezzosangue, bugiarda, è un fatto genetico. Mica altro. Mi piace l'aria umida di New Orleans e i tamales di Tijuana, ho mangiato nei piatti di Tunisi e bevuto l'acqua al cloro di San Francisco ma non sono mai arrivata a casa - è genetico. Mia madre dice così. È colpa di mio nonno, perché era turco. Sai, una di quelle cose che ricadono di padre in figlio per sette generazioni. Mi pare reciti così. Volevo avere gli occhi azzurri, per non aver posto dove nasconderci le cose solo che non sono stata capace.

Chicana